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Midterm Usa, Farinone: «Trump ha indebolito l’America»

A tre giorni dal voto del 3 novembre, Enrico Farinone sostiene che la presidenza Trump abbia indebolito le istituzioni e la credibilità internazionale degli Stati Uniti. Il Congresso può incidere sull’azione dell’amministrazione, ma il risultato delle midterm non è ancora noto.

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Illustrazione editoriale di Donald Trump al leggio, con un richiamo essenziale a un’aula parlamentare sullo sfondo.
La critica di Enrico Farinone alla presidenza Trump e il possibile ruolo del Congresso dopo il voto di metà mandato. Illustrazione generata con intelligenza artificiale. (© Diario del Web / AI)

A tre giorni dalle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, Enrico Farinone sostiene che Donald Trump abbia indebolito il Paese anziché renderlo più forte. Nel suo commento pubblicato il 31 ottobre 2026, l’autore lega la sua critica all’accentramento del potere e alla perdita di fiducia degli alleati. È un giudizio politico, non un bilancio condiviso né un esito del voto: gli elettori sono chiamati alle urne martedì 3 novembre, come indica il calendario elettorale federale.

Le midterm rinnovano tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti e circa un terzo del Senato. Il voto può modificare gli equilibri del Congresso e, con essi, la capacità dei parlamentari di approvare leggi, finanziare programmi e controllare l’amministrazione. Non elegge però il presidente: Trump resta alla Casa Bianca e conserva le prerogative dell’esecutivo. La guida ufficiale alle elezioni congressuali spiega che cosa viene rinnovato.

La tesi di Farinone: istituzioni e alleanze sotto pressione

Farinone descrive una presidenza che, a suo giudizio, ha svuotato il ruolo del Congresso e ridotto i contrappesi istituzionali, privilegiando il comando personale rispetto alle garanzie democratiche. La sua conclusione è esplicita: «Invece di renderla più grande, Trump ha reso più debole l’America».

La critica riguarda anche la politica estera. L’autore considera indebolita la NATO, respinta l’Unione europea e meno affidabili le rassicurazioni statunitensi verso partner asiatici come il Giappone e Taiwan. A suo avviso, questo orientamento allontana gli Stati Uniti dagli alleati e dall’ordine internazionale costruito nel dopoguerra. Nel commento, però, queste tesi non sono accompagnate da indicatori comparabili che consentano di misurare la perdita di credibilità o di attribuirle un valore condiviso: vanno lette come l’interpretazione di Farinone.

Il ragionamento dell’autore contrappone la politica basata sui rapporti di forza al soft power americano, cioè alla capacità di esercitare influenza anche attraverso prestigio, alleanze e istituzioni. È questo, nella sua lettura, il costo meno immediato ma più profondo delle scelte di Trump: non soltanto tensioni con singoli partner, ma dubbi sulla continuità degli impegni di Washington.

Che cosa può fare il Congresso, e che cosa no

Il voto può incidere sulla possibilità di tradurre le priorità della Casa Bianca in leggi e finanziamenti. Camera e Senato hanno poteri di spesa e di controllo sull’esecutivo; il Congresso può inoltre intervenire con audizioni e indagini. Il rapporto del Congressional Research Service sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo riassume alcuni di questi strumenti, compresi gli stanziamenti per difesa, diplomazia e assistenza all’estero.

Il Senato ha anche un ruolo nell’approvazione dei trattati, che richiede il voto favorevole dei due terzi dei senatori presenti. Non tutti gli accordi internazionali, tuttavia, passano da questa procedura: il presidente può concludere anche accordi esecutivi non sottoposti all’approvazione del Senato. Le prerogative del Senato e del Congresso mostrano quindi sia i limiti posti all’esecutivo sia i margini d’azione che restano alla presidenza.

Una maggioranza congressuale diversa da quella del presidente potrebbe rendere più difficili alcune iniziative che richiedono nuove leggi o fondi e intensificare il controllo sull’amministrazione. Non ne deriverebbe automaticamente un cambio di rotta in politica estera: il presidente conserva ampi poteri esecutivi e può agire attraverso strumenti che non richiedono ogni volta una nuova legge. L’effetto concreto dipenderebbe dai seggi conquistati, dalle decisioni dei parlamentari e dalle scelte della Casa Bianca.

Un giudizio politico, non un verdetto delle urne

Per Farinone, il voto è l’occasione in cui gli americani possono valutare la presidenza Trump. Ma le elezioni di metà mandato non sono un referendum formale sulla sua permanenza in carica: decidono la composizione del Congresso. Anche i dati sulla partecipazione anticipata, trattati nell’approfondimento sul voto anticipato, descrivono il comportamento degli elettori, ma non bastano da soli a stabilire chi vincerà o quali equilibri emergeranno.

Il passaggio successivo sarà dunque il conteggio dei voti e la definizione delle maggioranze alla Camera e al Senato. Solo allora si potrà valutare quanto il nuovo Congresso sia in grado di condizionare l’agenda dell’amministrazione. La tesi di Farinone — un’America resa più debole dall’erosione dei contrappesi e della fiducia degli alleati — resta intanto una posizione argomentata nel suo commento, da distinguere dai risultati elettorali e dalle decisioni che seguiranno.

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