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Opinioni

Andrea Venanzoni: «Così le emergenze hanno prodotto la tirannia»

Il giornalista e saggista Andrea Venanzoni presenta al DiariodelWeb.it il suo ultimo libro «La tirannia dell’emergenza», edito da Liberilibri

Fabrizio Corgnati

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Un'immagine dell'ultima alluvione in Romagna (© Fotogramma)

Cambiano i contenuti, dal terrorismo alla pandemia alla guerra al clima. Eppure, ormai da decenni a questa parte, l’unica costante della condizione culturale, sociale, politica, mediatica in cui viviamo è proprio quella dell’emergenza. Un’emergenza che, oltre a diffondere paura e ansia nella popolazione, viene utilizzata come piede di porco per disarticolare le sue libertà e ridurre i cittadini a sudditi. Di questo tema di grande attualità parla il giornalista e saggista Andrea Venanzoni nel suo ultimo libro «La tirannia dell’emergenza» (edito da Liberilibri) e nell’intervista al DiariodelWeb.it in cui lo ha presentato.

Andrea Venanzoni, quando l’emergenza diventa tirannia?
Quando, nei fatti, scavalca gli istituti di garanzia democratici. Questo succede sempre più spesso, perché nel corso del tempo le emergenze si sono sedimentate le une sulle altre, quasi geologicamente. E ci hanno lasciato una polarizzazione sempre più radicale dell’opinione pubblica, dei mass media, dei dispositivi giuridici e culturali, che hanno fatto accettare ai cittadini limitazioni alla libertà sempre più forti.

Nel libro lei ripercorre la storia di questa sedimentazione.
Possiamo partire dal terrorismo politico degli anni ’70-’80, che ha importato misure giuridiche limitative ed esorbitanti, unitamente a fattori culturali come la mobilitazione dell’opinione pubblica contro il nemico. Poi il terrorismo jihadista, molto diverso da quello politico: per la prima volta il terrorista non considera necessaria la sopravvivenza della sua stessa persona fisica.

Il salto di qualità però è avvenuto con la pandemia.
Con le emergenze sanitarie, che declino al plurale includendo ad esempio anche l’Aids o l’aviaria. Che, più che alla cultura della prevenzione, hanno portato alla criminalizzazione di certi comportamenti, alla moralizzazione dei costumi.

Infine c’è anche l’emergenza climatica.
Qui i dispositivi diventano addirittura dogmatici, non esiste più la possibilità di sfumature intermedie, di pensieri più articolati, di critiche motivate. Con la prospettiva dell’emergenza viene instillata l’idea che ci sia in gioco la propria sopravvivenza fisica, che viene anteposta a tutto il resto, e questo diventa un formidabile ricatto morale.

C’è stato un disegno univoco dietro a tutto questo?
Io credo che l’idea di disegni occulti tenda spesso a diventare una semplificazione rassicurante. In realtà qualunque tirannia è principalmente un dominio burocratico. Un sistema autoreferenziale, che produce se stesso, tende globalmente a ragionare sempre nello stesso modo autoritario, per garantire l’aumento del suo potere e occupare qualunque spazio libero. Per questo l’emergenza è il suo paradiso.

Ma può essere davvero soltanto colpa della burocrazia?
Chiaramente su questo si innervano gli interessi degli speculatori privati, che entrano in consonanza con le burocrazie. Il caso paradigmatico è stata l’app Io, lanciata per il tracciamento del virus durante la pandemia: per poterne consentire lo scaricamento è stato necessario che la burocrazia statale venisse a patti con i poteri privati delle piattaforme come Apple o Google, i quali hanno approfittato della loro rendita di posizione economicamente enorme.

A proposito di emergenza, lei mette in luce come l’esposizione al rischio può far paura, ma è anche un’espressione della libertà umana.
Assolutamente. L’essere umano, complessivamente, ha una naturale avversione al rischio. Ma lo stesso rischio, attraverso l’inventiva, l’avventura e l’esplorazione dell’ignoto è ciò che ci ha permesso di avanzare, che sta alla base delle grandi scoperte. Non ci si può spogliare del rischio senza spogliarsi della libertà, senza accettare culturalmente l’idea che ci sia qualcuno che provvede a noi, alla nostra sicurezza e al nostro benessere. Così si regredisce da cittadini a sudditi.

Una realtà che rispecchia molto da vicino quella che stiamo vivendo.
Viviamo in un periodo storico che pretende di azzerare il rischio, anche attraverso l’informatica che pretende di calcolare qualunque comportamento. E non è un caso che si parli di reddito universale incondizionato: una sorta di eliminazione totale del rischio della povertà, ma anche di mancia feudale, l’ultimo step che porta alla sudditanza definitiva verso l’erogatore del reddito stesso, che sia lo Stato o una piattaforma digitale.

Che ruolo ha nella tirannia dell’emergenza l’informazione?
È l’elemento decisivo che modella e cesella la formazione dell’opinione pubblica. Abbiamo visto che molto spesso i giornali rispondono quasi totalmente ai diktat dei loro editori. Si evita di dire ciò che si ritiene giusto per non urtarne la suscettibilità. Viene costruita un’informazione tendenzialmente unica perché serve a mobilitare la coscienza collettiva.

Gli esempi della pandemia o della guerra, quando i dissenzienti sono stati sbeffeggiati se non addirittura criminalizzati, sono emblematici.
Ho voluto citare un passo del famoso libro dell’allora ministro Speranza, poi frettolosamente ritirato dagli scaffali. Lui ringrazia le piattaforme social, i giornalisti, perfino Barbara D’Urso e Mara Venier, perché i media hanno prodotto l’idea di una responsabilizzazione collettiva tesa al «mantra di una nazione intera». L’informazione dovrebbe anche fare le pulci, essere il cane da guardia, il controcanto del potere. Invece in questo caso il potere addirittura ringrazia l’informazione…

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