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Opinioni

Fabio Conditi: «Il Patto di stabilità resta sbagliato. Ma ho la soluzione»

La riforma varata dal parlamento europeo non risolve i problemi del Patto di stabilità. L’economista Fabio Conditi ha un’idea alternativa, che illustra al DiariodelWeb.it

Fabrizio Corgnati

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La presidente del parlamento europeo, Roberta Metsola (© Fotogramma)

Qualcuno sperava, forse ingenuamente, che la riforma del Patto di stabilità europeo potesse aprire la porta per uscire dalle regole dell’austerità. Le cose non sembrano essere andate così: la proposta di riforma varata nei giorni scorsi dal parlamento europeo, pur accogliendo alcuni dei princìpi indicati dall’Italia, non si scosta dalle vecchie logiche di base del rigorismo nei conti pubblici. Ma c’è chi ha pensato a una soluzione, concreta e applicabile, per uscire dalla gabbia di Bruxelles, senza dover abbandonare né l’euro né tantomeno l’Unione europea. «Io so come risolvere il problema: ho stilato un piano in cui dimostro come in dieci anni il rapporto debito/Pil può passare dal 145 al 90%, grazie al credito d’imposta cedibile», spiega al DiariodelWeb.it l’economista Fabio Conditi, presidente dell’associazione Moneta positiva.

Fabio Conditi, che cosa pensa della proposta di riforma del Patto di stabilità varata dal parlamento europeo?
Intanto dobbiamo chiarire che di proposta si tratta: il Patto non è ancora stato approvato definitivamente. Sta girando una bozza, all’interno della quale però sono stati ammorbiditi alcuni vincoli che in precedenza erano estremamente rigidi.

Quali, ad esempio?
Parliamo del rapporto debito/Pil, per il quale la necessità del rientro sarebbe molto più blanda: la percentuale si abbasserebbe a 1,5% all’anno. Oltretutto, nei primi anni si aprono grandi spazi di manovra: si dovrebbe escludere dal calcolo del debito alcuni tipi di investimenti ma anche le spese per interessi, che per noi rappresentano una cifra consistente. Significherebbe recuperare 100 miliardi all’anno, che non è pochissimo.

Questa trattativa si è svolta praticamente in contemporanea con la mancata ratifica del trattato del Mes da parte del parlamento italiano.
Che secondo me è stata enormemente più importante. Il Mes era davvero una gabbia, soprattutto per l’Italia, dalla valenza molto rilevante. Primo, perché imponeva agli Stati di finanziare pronta cassa il salvataggio del sistema bancario europeo, che oggi è prevalentemente incardinato in Germania e in Francia. Secondo, introduceva automatismi nella gestione del debito delle nazioni, per i quali rischiavamo che, anche se non avessimo voluto, saremmo comunque stati obbligati a prendere il Mes. Ci saremmo ritrovati legati mani e piedi.

Quindi ha ragione il ministro Giorgetti a parlare di «compromesso».
Sì e no. Ha ragione se il governo avesse chiari in testa gli strumenti che abbiamo proposto. Invece ha bocciato il credito d’imposta cedibile e non c’è verso di convincerli a riaprire la questione: non tanto per il Superbonus, che non ci interessa, ma per finanziare scuole, ospedali, strade e la ricostruzione post-alluvione in Emilia. Opere che normalmente comporterebbero un aumento del debito pubblico.

Cosa c’è che non funziona nel Patto di stabilità?
L’idea di base, che è sbagliata e si è dimostrata fallimentare nei vent’anni in cui è stata applicata. Quella secondo cui, per ridurre il debito, bisogna ridurre la spesa pubblica. Questa è la follia più assoluta.

Come mai?
Facciamo un po’ di matematica delle scuole medie. Il rapporto debito/Pil è una frazione che ha il debito al numeratore, 2800 miliardi per l’Italia, e il Pil al denominatore, 2000 miliardi. Se riduco il debito di 100, cioè la spesa pubblica, questo comporta come minimo la riduzione di 100 anche del Pil, se non di più, considerando i moltiplicatori economici. Risultato: il rapporto aumenta, non diminuisce.

Andando avanti su questa strada, in sostanza, rischieremmo altri tagli alla sanità, all’istruzione…
Certo. Però la soluzione c’è. Se individuo uno strumento per fare politiche espansive che non vengono conteggiate nel debito in base alle norme, allora posso mantenere stabile il numeratore e allo stesso tempo aumentare il denominatore, quindi il rapporto cala.

Come funzionerebbe in concreto questa misura?
Ipotizziamo che il governo voglia costruire un ospedale da 100 milioni di euro. Oggi come lo finanzierebbe? Ci sono tre possibilità. La prima, aumentare le tasse: ma siamo già a un livello tale che i cittadini non hanno i soldi per pagarle. La seconda, tagliare la spesa pubblica da un’altra parte: ma ci saranno centinaia di persone che rimarranno senza reddito.

Se la coperta è corta, per coprire il naso lasci scoperti i piedi.
Esatto. La terza modalità è quella di emettere Btp a dieci anni sui mercati finanziari. Ammesso che vada in porto, 100 milioni di Btp al tasso d’interesse attuale fanno 160 milioni di euro in dieci anni. Quindi lo Stato ha un aggravio della spesa pubblica del 60% su tutto quello che fa.

Qual è l’alternativa?
Faccio una gara che prevede che l’impresa vincitrice non sia pagata in euro, ma con un credito d’imposta, che può essere detratto dalle tasse dopo due anni. Però questo credito è cedibile, non solo alla banca, che lo cambia in euro, ma anche ai fornitori e ai dipendenti. A tutti gli effetti è uno strumento di pagamento: libero, gratuito, che non scade mai.

Lo Stato non ha speso niente per creare questo buono sconto sulle tasse, ma qual è il suo vantaggio?
Che l’impresa deve emettere fattura, quindi pagare Iva, dipendenti, contributi e fornitori, che a loro volta pagheranno Iva, dipendenti e contributi. Quei 100 milioni di euro di ospedale hanno generato un Pil di 300 milioni, e lo Stato incassa il primo anno le tasse su questi 300 milioni.

Se rendo questa moneta fiscale compensabile dopo due anni, ovviamente alla scadenza di tale periodo il debito aumenterebbe comunque, sotto forma di mancato gettito.
Ma a quel punto il calo del rapporto debito/Pil sarebbe già sufficiente a compensare ampiamente la misura. Oltretutto, posso emetterne altra per andare a pari. Se questa operazione lo Stato la fa tutti gli anni, avrà sempre prima il guadagno e dopo due anni la spesa, senza pagare interessi.

Sembra tutto molto semplice e chiaro. Allora, perché non viene messo in pratica?
Perché la maggior parte della classe politica è ignorante, non ha competenze economiche, o comunque ha studiato all’università dove queste cose non le spiegano. Oppure è addirittura in malafede: Mario Draghi, ad esempio, è sicuramente competente, ma è stato nominato premier appositamente per bloccare questa misura che avrebbe consentito allo Stato di fare spesa pubblica senza pagare dazio ai mercati finanziari.

Alle grandi banche e ai fondi d’investimento, ovviamente, questa misura non conviene.
Certo che no, perché loro guadagnano proprio quel 60% di interessi dall’acquisto dei Btp. Se vedono che lo Stato ne può fare a meno, faranno di tutto per bloccarlo.

Avete avuto interlocuzioni con l’attuale maggioranza di centrodestra?
Sì, abbiamo contatti sia con Fratelli d’Italia che con la Lega. Il problema è politico, perché il credito d’imposta è stato bloccato per partito preso, essendo una misura targata Cinque stelle, e un po’ per accreditarsi nei confronti dei poteri forti.

La Meloni ha operato in continuità con il precedente governo Draghi.
Ha proseguito nella logica secondo cui lo Stato è come una famiglia, quindi deve rientrare nei vincoli di bilancio, anche se il Patto di stabilità non era ancora stato riaperto, quindi avevano la possibilità di sforare per un altro anno. Siamo stati più realisti del re, questo è stato un grosso errore.

Ci sono i margini per un cambio di rotta?
La porticina è aperta, stiamo cercando di convincerli a utilizzare lo strumento in un’altra modalità. Un po’ come è avvenuto con il reddito di cittadinanza, che è stato reintrodotto in forma ridotta chiamandolo assegno di mantenimento.

Come vi state muovendo?
Abbiamo recentemente inviato due lettere alle istituzioni: una per presentare proprio la misura del credito d’imposta, l’altra per proporre una fusione tra il Mediocredito centrale e il Monte dei paschi di Siena, che doti la banca pubblica di sportelli nelle zone d’Italia in cui attualmente non li ha, evitando l’ingente spesa che dovremmo pagare per dismetterli.

1 Commento

1 Commento

  1. Avatar

    requis

    23 Gennaio 2024 at 7:52

    Da uomo della strada mi pongo, come in questo caso, la domanda se sia il caso di insistere nel proporre delle soluzioni di seri problemi nazionali quando la comunità, al 99,99% dimostra la propria indifferenza, compresi gli eletti alla guida del Paese, Meloni in testa ?

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