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Opinioni

Greco: «Così i passati governi (soprattutto di sinistra) hanno distrutto la sanità italiana»

Federico Greco presenta ai microfoni del DiariodelWeb.it il film-documentario «C’era una volta in Italia», che ha scritto e diretto insieme a Mirko Melchiorre

Fabrizio Corgnati

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Paziente ricoverato in terapia intensiva
Un ospedale italiano (© Ansa)

Se c’era un settore nel quale il congenito senso di inferiorità dell’Italia non aveva proprio ragione di esistere, era quello della salute. All’inizio degli anni 2000 il nostro sistema sanitario si piazzava costantemente ai primi posti delle classifiche internazionali. Ma avrete notato che in queste frasi abbiamo coniugato i verbi al passato: non a caso, perché da allora è iniziato il tracollo. I cui effetti plastici li abbiamo subiti tragicamente sulla pelle dei nostri concittadini con l’emergenza Covid, quando gli ospedali di tutto il Paese (in particolare di alcune zone) non hanno retto all’ondata dei ricoveri in terapia intensiva. Proprio del tracollo della nostra sanità si occupa il film-documentario «C’era una volta in Italia. Giacarta sta arrivando», che nei prossimi giorni riprenderà le proiezioni in giro per lo Stivale, partendo l’11 gennaio dal cinema Beltrade di Milano. Il DiariodelWeb.it ha intervistato Federico Greco, autore e regista insieme a Mirko Melchiorre.

Federico Greco, come è stato possibile che la sanità italiana sia passata da una delle migliori del mondo a quella che vediamo oggi?
Nel 2000 l’Oms dichiarò che la nostra era la seconda sanità nel mondo. E noi, negli anni ’90, eravamo la quarta potenza industriale.

Perché mette insieme questi due dati?
Perché le due cose vanno di pari passo. Oggi l’Italia è la decima potenza industriale: è di questi ultimi giorni la notizia che siamo stati superati dalla Russia. E il nostro sistema sanitario è sceso a livelli bassissimi. Anche se questa è una condizione generale, perché l’attacco alle sanità pubbliche non avviene solo in Italia.

Quando è cominciato il tracollo?
Noi indichiamo una data chiave: il 1992. L’anno della svolta: l’ingresso nell’Unione europea, la crisi economica, le stragi, un grande cambio politico. Che ha favorito tutti i governi successivi di questi ultimi vent’anni, dalla forte matrice neoliberista.

La colpa della distruzione della sanità, insomma, è del neoliberismo?
È uno dei motivi. Fare in modo che quella grande prateria di profitti potenziali che è la sanità pubblica possa essere aggredita dagli interessi delle grandi corporation sovranazionali.

L’inizio della fine, dunque, risale a vent’anni fa.
Anche se, in un senso più ampio, tutto nasce con il primo grande attacco alle democrazie che difendevano gli interessi nazionali. Nel 1965 in Indonesia il presidente Sukarno fece un discorso in cui sosteneva che il suo popolo si dovesse riprendere le proprie aziende, sottraendole alla depredazione delle grandi multinazionali. Subito dopo ci fu uno dei più grandi eccidi di comunisti della storia: tra i 500 mila e i tre milioni.

A questo episodio si riferisce il vostro sottotitolo «Giacarta sta arrivando»?
Esatto. Nel 1972 lo stesso discorso di Sukarno venne ripetuto dal presidente cileno Allende all’Onu. Subito dopo, sulle mura della città comparve la scritta «Giacarta sta arrivando». Un monito, una minaccia: se non la piantate farete la stessa fine. La nostra provocazione è che Giacarta sta arrivando qui, adesso: ovviamente in forma molto più sofisticata.

All’epoca la sinistra si contrapponeva alle privatizzazioni. In Italia, negli ultimi decenni, invece, è stato proprio il centrosinistra a promuoverle.
Infatti il 1992 è stato anche il cambio di natura delle sinistre internazionali: pensiamo al New Labour di Tony Blair, che è diventato la matrice del nostro Pd. Quella di Allende era una sinistra marxista, socialista reale; quella di oggi è neoliberale, che attua politiche conservatrici. Non a caso, storicamente è stata la prima a privatizzare la sanità pubblica.

Viceversa il nuovo governo Meloni ha tentato di invertire la tendenza, ma non glielo hanno permesso.
Sì, perché gli investimenti erano stati già decisi. Noi abbiamo finito di montare quando c’era ancora Draghi, uno dei pilastri intorno ai quali ruota questo attacco. E nel film già spieghiamo come lo stanziamento per la sanità pubblica sarebbe tornato al 6,1% del Pil, cioè molto meno rispetto a prima della pandemia: esattamente la cifra dichiarata oggi. Era stato già deciso dal governo precedente. Detto questo, a me non convince neppure il fatto che la Meloni ci abbia davvero provato. Dal nuovo governo non abbiamo visto veri cambiamenti.

Questa sudditanza agli Stati Uniti è la stessa che l’Italia sta mostrando con la guerra in Ucraina, anche se non c’entra direttamente con il tema della sanità.
In realtà c’entra. Noi trattiamo la guerra dal punto di vista di Naomi Klein, quando ancora si occupava di questi argomenti. La guerra, come le Torri gemelle, la crisi dei subprime, lo stesso Covid, viene cavalcata per indurire le politiche di quella che io chiamo l’economia della scarsità.

Infatti il governo italiano non sembra avere nessun margine di manovra nemmeno a livello di politica estera, totalmente appaltata alla Nato.
Sono d’accordo. L’ideologia principe che ha lavorato in Indonesia e in America latina è il «Washington consensus». E noi ci siamo pienamente dentro, attraverso la Nato dal punto di vista militare e le teorie friedmaniane del neoliberismo da quello macroeconomico. Ormai Friedman è arrivato. E Friedman è Giacarta.

Il punto di partenza che avete scelto per la vostra narrazione è quello di un piccolo ospedale calabrese: Cariati.
Di solito la Calabria viene considerata il fanalino di coda. Noi invece dimostriamo come potrebbe essere il futuro dell’Italia, purtroppo. A partire dal novembre 2020 l’ospedale di Cariati è stato occupato dal movimento delle Lampare, noi l’abbiamo conosciuto il mese dopo e abbiamo deciso di raccontarlo.

C’è uno spiraglio di ottimismo in questa vicenda, perché i riflettori che avete acceso hanno effettivamente smosso qualcosa.
Dopo un annetto la loro grande esposizione mediatica iniziale si era fermata, perché non c’era più nulla di nuovo da raccontare. Proprio in quel momento abbiamo intervistato Roger Waters, che si è appassionato alla loro storia e ha lanciato un appello, finito su tutti i giornali. E il presidente di Regione Occhiuto ha dichiarato ufficialmente che l’ospedale riaprirà. Qualcosa si è mosso e pare che effettivamente succederà. Ma da un certo punto di vista questa non è una buona notizia.

Come mai?
Perché non è possibile che una rockstar faccia da volano a una lotta politica così locale. Vuol dire che c’è un grande provincialismo e una grande ipocrisia.

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