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Giuseppe Palma: «Meloni, lascia perdere il presidenzialismo: punta sul premierato»

L’avvocato Giuseppe Palma spiega al DiariodelWeb.it perché il premierato è la riforma giusta per la forma di governo in Italia

Fabrizio Corgnati

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Giorgia Meloni
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (© Agenzia Fotogramma)

La vera, grande sfida che si para davanti al governo Meloni si chiama presidenzialismo. La modifica della forma di governo è un punto cardine del programma elettorale della coalizione di centrodestra, che la premier è pienamente intenzionata a trasformare in una battaglia politica da portare avanti con convinzione nei prossimi mesi e anni. Ma c’è anche chi le consiglia di cambiare obiettivo. Si tratta dell’avvocato Giuseppe Palma, che insieme al filosofo Paolo Becchi ha scritto una serie di articoli per invitare la maggioranza a puntare non su una riforma in senso presidenziale, bensì sul premierato. Al DiariodelWeb.it spiega il perché.

Giuseppe Palma, innanzitutto, che cosa significa presidenzialismo?
Il presidenzialismo comporta che il potere esecutivo e la rappresentanza della nazione spettino a una sola persona, come accade ad esempio negli Stati Uniti. Il capo del governo è anche presidente della Repubblica.

E il semipresidenzialismo, invece?
Nel semipresidenzialismo il potere esecutivo è esercitato congiuntamente dal presidente del Consiglio e dal presidente della Repubblica. Il capo dello Stato è eletto direttamente dai cittadini e nomina il primo ministro.

Sulla base di quali criteri?
Essenzialmente può nominare chi gli pare. Anche se, ad esempio in Francia, qualora vi siano elezioni legislative, rispetta le indicazioni provenienti dal popolo e nomina il leader del partito che ha ottenuto la maggioranza all’assemblea nazionale.

E se invece il partito vincitore delle elezioni non ha raggiunto la maggioranza assoluta, ma solo quella relativa?
Nominerà una persona di fiducia del partito di maggioranza relativa. Perché non è previsto il voto di fiducia iniziale, solo un eventuale voto di sfiducia successivo, ma costruttivo.

Quando parliamo di premierato, invece, a cosa ci riferiamo?
A una variante della forma di governo parlamentare. In questo caso il presidente della Repubblica c’entra poco: può essere eletto direttamente dal popolo, dal parlamento o un re. Il sistema è centrato sulla figura del primo ministro.

Per intenderci, l’attuale presidente del Consiglio.
Sì, ma in questo caso viene nominato dal capo dello Stato sulla base degli esiti elettorali, non ottiene il voto di fiducia iniziale dalle Camere, determina la politica generale del governo, nomina e revoca i ministri. Non si limita solo a dirigere, come avviene oggi, ma è un vero e proprio premier.

Quali sono le condizioni per far funzionare questo sistema?
Naturalmente, per il premierato è importantissimo avere una legge elettorale di tipo maggioritario: o un sistema uninominale a turno unico come in Inghilterra, o proporzionale con premio di maggioranza alla lista o coalizione che ottiene più voti.

Quindi, se passasse un’ipotetica riforma del premierato in Italia, dovrebbe cambiare anche la legge elettorale.
Sì, questa non andrebbe bene. Bisognerebbe tornare al Mattarellum, come nel 1993, oppure prevedere una riforma proporzionale con un adeguato premio di maggioranza. Una legge elettorale che dia subito il nome del premier, la sera stessa del voto.

Perché voi consigliate a Giorgia Meloni di propendere per questa strada?
Perché in Italia il sistema semipresidenziale non funzionerebbe. Ce li vedrebbe, ad esempio, la Meloni alla presidenza della Repubblica e contemporaneamente la Schlein alla presidenza del Consiglio? Si verificherebbe una coabitazione forzata che non porterebbe da nessuna parte. Così come credo che non sarebbero maturi i tempi nemmeno per il presidenzialismo all’americana.

Ma per il premierato sì?
Nella sostanza, anche se non nella forma, abbiamo già vissuto una forma di premierato di fatto dal 1994 al 2008. I presidenti del Consiglio sono stati espressione diretta del voto del giorno prima. Nella quattordicesima legislatura, addirittura, Berlusconi fu premier per cinque anni. Inutile dire che, prevedendo solo un voto di sfiducia successivo e costruttivo, si eviterebbero ribaltoni.

Inoltre c’è anche una questione politica. Se la Meloni insiste sulla riforma presidenziale, rischia di andare incontro al referendum e di fare la fine di Renzi?
Non credo che si raggiungerà mai la maggioranza dei due terzi in parlamento, quindi il referendum si dovrebbe fare comunque. Però Renzi sbagliò perché andò contro tutti. Invece, se il centrodestra virasse sul premierato, a mio parere troverebbe terreno fertile nel terzo polo.

Come mai?
Renzi ha più volte parlato del «sindaco d’Italia». E quale figura rappresenterebbe il sindaco d’Italia meglio del premier? Secondo me si troverebbe una buona convergenza parlamentare tra maggioranza e una piccola parte dell’opposizione. E al referendum credo inverosimile che Pd e M5s possano sovvertire il voto dei cittadini del centrodestra e del terzo polo.

C’è un’obiezione, però. A introdurre il premierato ci provò già Berlusconi.
Esatto, con la riforma costituzionale del 2005, bocciata al referendum confermativo dell’anno successivo. Ma in quel caso Gianfranco Fini non fece campagna elettorale, la fece solo la Lega perché introduceva il Senato federale. E Berlusconi, fiutando la sconfitta, non si impegnò più di tanto. Altrimenti sarebbe stato capace di portare a casa un ottimo risultato. La sinistra approfittò di questa divisione nel centrodestra e fece una forte campagna per il no.

Quindi non è stato un problema di merito ma solo elettorale?
Sì. Se invece tutto il centrodestra compatto facesse campagna elettorale per un’eventuale riforma costituzionale sul premierato e non si mettesse di traverso il terzo polo, sarebbe difficile non farcela. Peraltro con un presidente del Consiglio come Giorgia Meloni che è ancora in luna di miele con il popolo.

Insomma, è anche il caso di procedere abbastanza in fretta per non veder svanire quest’idillio?
Come sappiamo la luna di miele non dura meno di due anni e mezzo. Credo che, se si partisse a incardinare la riforma già da questa primavera, si arriverebbe a completare le due letture entro la fine del 2024, con il referendum costituzionale nella primavera del 2025. Dunque sarebbero passati esattamente due anni e mezzo e forse la Meloni potrebbe godere ancora dell’onda favorevole.

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