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Lelio Iapadre: «La globalizzazione che rallenta e la guerra commerciale Usa-Cina»

Il professor Lelio Iapadre presenta al DiariodelWeb.it l’ultimo rapporto sulla politica economica estera dell’Italia

Fabrizio Corgnati

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Un summit dei capi di Stato e di governo del G7 (© Fotogramma)

«La globalizzazione fragile e l’autonomia strategica dell’Europa: le sfide per la politica economica estera dell’Italia». Questo il titolo del rapporto sulla politica economica estera dell’Italia presentato questo mese da Cer, Cnel ed Eures. Una ricerca che analizza tematiche importanti e di grande attualità, che intersecano le scelte geopolitiche con le loro ricadute sulla competitività delle imprese italiane, in particolare nell’attuale scenario internazionale quantomai in fibrillazione. Il DiariodelWeb.it ne ha parlato con uno degli autori, il professor Lelio Iapadre.

Professor Lelio Iapadre, l’obiettivo di stilare un rapporto sulla politica economica estera dell’Italia suona ambizioso.
L’idea nasce da una pubblicazione analoga realizzata quarant’anni fa dal Centro Europa Ricerche. Ed è un tentativo di prendere di petto le questioni che caratterizzano lo scenario economico internazionale, la strategia europea e la collocazione dell’Italia.

Uno sguardo oltre i confini del nostro Paese, insomma.
Per ragionare sulla competitività e sulla specializzazione delle imprese italiane non basta guardare le cose a casa nostra, come abitualmente si fa. Ma bisogna studiare il contesto in cui operano, sempre più complicato per ragioni geopolitiche, oltre che economiche.

Nel titolo parlate di «globalizzazione fragile». Che cosa significa?
Che il processo di globalizzazione ha subìto un inatteso rallentamento. Hanno perso forza propulsiva i fattori che l’avevano alimentata: non ci sono più innovazioni tecnologiche radicali capaci di ridurre i costi degli scambi e le reti produttive internazionali hanno raggiunto un loro equilibrio, tanto che per le multinazionali non ha più molto senso moltiplicare il numero di Paesi in cui sono presenti. E poi c’è un terzo dato.

Ce lo dica.
Le principali economie emergenti in Asia, il cui sviluppo era stato trainato negli anni ’90 soprattutto dall’apertura esterna, ora si stanno caratterizzando come delle normali realtà di grandi dimensioni, con un grado di import-export molto più basso, simile a quello degli Usa o dell’Eurozona.

A queste ragioni economiche si sono poi aggiunte, immagino, anche quelle geopolitiche.
La vera e propria guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che ha spinto anche altri Paesi ad adottare politiche meno favorevoli alle liberalizzazioni degli scambi. In qualche caso si osserva addirittura un ritorno al protezionismo, in forme più nascoste.

Come si può rispondere a questo mutamento dello scenario in termini politici?
La risposta a una sfida del genere non può che darla l’Unione europea. Che è ancora indebolita dal fatto che i governi nazionali non rinunciano a esercitare le proprie prerogative. Cioè da un deficit d’integrazione, dalla pretesa di alcuni Paesi di continuare a imporre il proprio interesse nazionale invece di cercare di mediare.

Ci faccia qualche esempio.
La politica commerciale è comune da sempre, con scelte a mio avviso corrette, ispirate all’idea che la liberalizzazione degli scambi sia benefica. Nelle altre politiche non c’è ancora un sufficiente grado di condivisione.

Eppure dopo la pandemia qualcosa sembra cambiato.
Come sappiamo tutti, l’Europa impara dalle crisi. Quel risultato straordinario che è il programma Next Generation Eu, che sembrava impensabile prima del Covid, contiene gli elementi essenziali di ciò che dovrebbe accadere anche in altre aree.

A partire dalla politica estera, immagino, dove il rischio di un’eccessiva sudditanza alla Nato è che la strategia adottata porti più contraccolpi negativi che positivi all’Europa, come sta accadendo con le sanzioni alla Russia.
La mia opinione personale è molto netta. In questa fase storica la Ue e gli Usa devono schierarsi a tutela della democrazia, cioè dell’Ucraina, a qualsiasi costo. O si mette in discussione la Nato, oppure ci si comporta da alleati. Questo non esclude che dietro a queste scelte ideali si possano insinuare gruppi d’interesse.

Abbiamo parlato di politiche commerciali, lo stesso discorso vale per quelle industriali?
La Commissione si è data lo slogan dell’«autonomia strategica aperta». Da quest’espressione si intravede un po’ di tensione: l’apertura può entrare in contrasto con il valore dell’autonomia. Oggi si parla di «dipendenze critiche», quindi si cerca di ridurre l’importanza delle forniture da altri Paesi. Una volta si parlava di «svantaggi comparati» e appariva del tutto normale che economie, che non avevano le caratteristiche per produrre determinati beni e servizi, li importassero. Questa visione teorica non funziona.

Come mai?
Quando sono in gioco questioni di sicurezza nazionale bisogna acquisire maggiore autonomia. Ma bisogna stare attenti al rischio che in futuro il clima possa cambiare e, da questa scelta corretta, si possa andare verso una deriva protezionistica. Dove esiste una dipendenza strategica pericolosa bisogna reagire creando capacità produttiva in Europa: promuovere investimenti privati ed eventualmente pubblici.

A quali settori si riferisce, in particolare?
Penso a quello sanitario. Per prepararci adeguatamente alle prossime pandemie dobbiamo imparare la lezione del Covid. Cioè rimettere in discussione i brevetti e magari predisporre un programma di ricerca medica pubblico su scala europea.

Il rapporto parla anche delle politiche energetiche.
Con una maggior integrazione dei mercati energetici europei si sarebbe potuto introdurre un dazio ai prodotti russi. Con un beneficio: avrebbe trasferito su Mosca una parte del costo dell’operazione politica necessaria per ridurre il consumo di gas russo, invece di farlo pagare interamente ai consumatori europei. Ma con mercati così frammentati è difficilissimo determinare un’aliquota.

E per quanto riguarda il nostro Paese, nello specifico?
Il problema è già noto: occorre aumentare la capacità delle piccole imprese italiane di operare sui mercati internazionali. E aprire maggiormente il nostro sistema agli investimenti esteri. Da tempo su queste questioni lavorano molti soggetti diversi, che vanno coordinati, in particolare tra il livello nazionale e quello regionale. Me la cavo con un esempio.

Prego.
Non è possibile lasciare che le Regioni italiane competano tra di loro per attrarre investimenti esteri: in questo caso è inevitabile che le più forti ottengano risultati migliori. Occorrerebbe una regia nazionale, che invece purtroppo non c’è. Cioè, a mio avviso, bisognerebbe muoversi in direzione opposta all’autonomia differenziata, per affrontare le sfide sovranazionali.

In che modo interviene su questi argomenti il Pnrr?
Il potenziale c’è, ma la quota di risorse che andrà al Mezzogiorno sarà probabilmente molto inferiore a quel 40% previsto dalla riserva. Quindi il contributo al riequilibrio territoriale verrà meno. Questi limiti derivano anche, inevitabilmente, dalla fretta nell’elaborazione del piano, per cui si sono messi insieme progetti già esistenti nei cassetti dei ministeri, senza porsi il problema della loro coerenza reciproca.

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1 Commento

1 Commento

  1. Avatar

    Luca Massimiliano

    29 Maggio 2023 at 9:11

    non sono d’accordo su nulla di quello che ha detto questo professore.
    uno che afferma che l’autonomia differenziata è un ostacolo ad attrarre investimenti esteri è evidentemente in malafede.
    ha poi dichiara altre cose che non stanno ne in cielo come in Terra come A proposito delle politiche sull’energia che secondo lui dovrebbero essere più integrate tra i vari membri della comunità Europea peccato che è proprio perché le politiche energetiche sono dettate dalla ue che ci siamo trovati in questo casino con la crisi del gas.
    io non so chi sia ma è davvero scarso come conoscenza della situazione dell’Europa e come ho scritto prima in assoluto malafede è evidente un suo tentativo di difendere Le istanze meridionali

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