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Opinioni

Samir Al Qaryouti: «L’allargamento della guerra in Medio Oriente è all’ordine del giorno»

Il giornalista italo-palestinese Samir Al Qaryouti racconta al DiariodelWeb.it la situazione nella Striscia di Gaza e i possibili sviluppi del conflitto tra Israele e Palestina

Fabrizio Corgnati

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Palestinesi feriti dal conflitto (© Fotogramma)

Dopo qualche giorno di tregua, la settimana scorsa sono riprese le ostilità tra Israele e Palestina. Il cessate il fuoco non sembra, almeno per ora, aver aperto le porte a una trattativa di pace, né tantomeno aver allentato la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza. Per avere informazioni di prima mano e analizzare i possibili sviluppi, il DiariodelWeb.it ha raggiunto il giornalista italo-palestinese Samir Al Qaryouti.

Samir Al Qaryouti, qual è la situazione nella Striscia di Gaza dopo i giorni di tregua?
Catastrofica, nel vero senso della parola. Gaza è stata trasformata nel campo di concentramento e nel cimitero più grandi del mondo. Gli ospedali non ci sono più, abbiamo visto testimonianze di cittadini che in cinque o sei condividono un solo pomodoro da mangiare. Nel giro di 48 ore, dalla ripresa dell’offensiva israeliana contro il popolo palestinese, sono state ammazzate circa mille persone.

Insomma, la violenza dell’attacco non accenna a diminuire.
Il macellaio di Gaza, il ministro della guerra, di cui mi rifiuto di menzionare il nome (Yoav Galant, ndr), che ha paragonato un popolo intero a semplici animali da spazzare via, dice che sarà molto difficile finire il lavoro prima di uno-due mesi. Questo è un laboratorio della morte, sperimentano come liquidare un popolo.

Ma perché vogliono arrivare a tanto?
L’obiettivo principale di questo governo israeliano, di destra estrema e fanatico religioso, è deportare due milioni e 300 mila palestinesi, tolti i 16 mila morti che diventano 50 mila con i feriti, verso l’Egitto. Che però non permette a nessuno di passare, non per amore dei palestinesi, ma perché la proposta è di fondare uno Stato disarmato. Come se Gaza fosse una potenza, mentre è un territorio di soli 360 km quadrati, un decimo della più piccola regione italiana.

Allora come mai interessa così tanto?
Perché lì ci sono il gas, le ricchezze del mare, il progetto del canale Ben Gurion, parallelo a quello di Suez, e la linea commerciale che dovrebbe fare concorrenza alla Via della seta cinese. Gaza è un punto strategico, su cui non vogliono che rimanga un popolo dignitoso, che difende la sua terra, composto dai figli e dai nipoti dei profughi del 1948. La resistenza appartiene a questo popolo.

Ecco, appunto. Il conflitto tra Israele e Palestina non è certo cominciato il 7 ottobre.
È cominciato 75 anni fa. Trent’anni fa ci furono gli sciagurati accordi di Oslo, nonostante i quali Netanyahu non si è mai saziato di prendere terre, di mettere in carcere, di torturare. Oggi vogliono una seconda nakba, ma i palestinesi non lasceranno la loro terra, dove sono radicati come gli alberi d’ulivo. Resistere contro questa aggressione barbarica è un loro diritto. Anche se il costo in termini di vite umane è alto, i cittadini dormono per strada, non mangiano, muoiono di freddo, mentre il mondo purtroppo gira la testa dall’altra parte.

E l’obiettivo politico di Netanyahu quale sarebbe?
Con la seconda nakba potrebbe cantare vittoria, vantarsi di aver cacciato i palestinesi nel Sinai e distrutto Hamas, per poi difendersi nel processo che affronterà presto. Ma distruggere Hamas è impossibile, il giorno dopo ne nascerebbero cinquanta nuove. Netanyahu lo sa molto bene. La resistenza palestinese a Gaza è formata da tutti, prima di tutto la gente.

Come raccontano questa situazione i media occidentali?
Io faccio questo mestiere da tanti anni. In quasi settanta giorni di massacri e sterminio del popolo palestinese, l’informazione non ha avuto il coraggio di guardare la realtà in faccia. Tremano come foglie, fanno pena, hanno paura di sbagliare le parole.

La tregua può essere il preludio a una trattativa di pace?
Questo problema non ha una soluzione politica: in 60 giorni di guerra non ho visto una sola proposta di Israele. A quanto pare, stando all’ultima conferenza stampa, Netanyahu avrebbe deciso di mettere una croce sopra ai suoi soldati presi in ostaggio, non li vuole. Dice che il suo esercito avrebbe liberato 110 ostaggi, ma non è così: ha fatto un accordo di scambio con la resistenza palestinese di Gaza, come in Medio Oriente si è visto in diretta.

I popoli arabi, dunque, stanno seguendo lo svolgimento del conflitto in televisione.
Stavolta sì, su Al Jazeera, canale in passato tanto criticato. Ma non possono fare niente, perché la maggior parte dei loro governi sono al soldo di questo o di quello, sono d’accordo per dividersi la torta.

Si rischia l’escalation in un conflitto regionale?
Se riusciranno a deportare i residenti da Gaza, subito dopo passeranno alla Cisgiordania, con l’obiettivo di cacciare tutti i palestinesi dall’altra sponda del fiume Giordano, nell’attuale regno di Giordania. Questo è il sogno della destra religiosa sionista. Poi toccherà ai palestinesi del 1948, all’Alta Galilea, verso il Libano. Il pericolo di allargamento del conflitto esiste, potrebbe succedere anche stasera, grazie all’appoggio cieco, massiccio e folle degli americani e di una parte degli occidentali agli israeliani.

Eppure, malgrado la posizione dei vertici politici e dell’informazione, buona parte dei cittadini occidentali, anche italiani, manifestano vicinanza alla Palestina. Che effetto le fa?
Io ho anche la cittadinanza italiana, e la solidarietà di questo popolo con la causa palestinese è sempre stata enorme. A maggior ragione dopo il 7 ottobre, perché nessun essere umano può accettare il massacro di 5600 bambini. Hanno tentato di accusare tutti di antisemitismo, perché questi termini fanno paura. Ma si tratta di antisionismo, cioè della contrarietà a un’ideologia politica condannata dall’Onu, forse l’unica dopo la seconda guerra mondiale. Anche i palestinesi e gli arabi sono popoli semiti, che appartengono alla famiglia di Abramo.

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