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Salute

Islanda, i divieti dei telefoni a scuola non migliorano il benessere misurato

Uno studio su 23.938 risposte raccolte in 70 scuole islandesi non rileva cambiamenti significativi nel benessere, nel supporto tra pari o nel bullismo dopo l’introduzione dei divieti. Non ha misurato direttamente attenzione e partecipazione in classe.

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Una mano ripone uno smartphone in un contenitore su un banco, in un’aula scolastica.
Un contenitore per telefoni rappresenta le regole scolastiche esaminate dallo studio islandese. Illustrazione generata con intelligenza artificiale. (© Diario del Web / AI)

In Islanda, introdurre un divieto scolastico sull’uso dei telefoni non si è associato a miglioramenti misurabili nel benessere degli adolescenti né a cambiamenti significativi nel supporto tra pari e nel bullismo. Lo rileva uno studio pubblicato il 27 ottobre 2026 su JAMA Network Open, basato su 23.938 risposte raccolte in 70 scuole da ragazzi tra i 13 e i 15 anni. La ricerca, però, non ha valutato direttamente l’attenzione o la partecipazione durante le lezioni: i risultati non rispondono quindi a tutte le domande che possono motivare una regola sui telefoni.

In sintesi: il confronto islandese non rileva un beneficio nei parametri di benessere e relazione esaminati. È uno studio osservazionale, non un esperimento che assegna casualmente i divieti alle scuole, e non misura l’uso effettivo dei dispositivi durante l’orario scolastico.

Come è stato condotto il confronto

I ricercatori hanno analizzato tre rilevazioni nazionali dell’indagine Youth in Iceland, svolte nel 2016, 2018 e 2023. Le indagini hanno coinvolto ragazzi di 13-15 anni e raccolto risposte in scuole osservate in tutti e tre i periodi. Non si tratta di un monitoraggio degli stessi studenti nel tempo: sono tre rilevazioni trasversali ripetute. Tra il 2018 e il 2023, 22 delle 70 scuole considerate hanno introdotto un divieto valido durante la giornata scolastica.

In Islanda non c’era un obbligo nazionale: le regole venivano decise dai singoli istituti. Per ricostruirle, gli autori hanno consultato i siti delle scuole e intervistato telefonicamente membri del personale informati sulle norme. Le politiche classificate come divieto proibivano agli studenti di usare il telefono durante l’orario scolastico e potevano richiedere di lasciarlo a casa o riporlo in un armadietto o nello zaino.

Lo studio ha confrontato i cambiamenti nelle scuole che hanno adottato il divieto con quelli registrati negli istituti senza una regola analoga. Ha considerato sintomi di depressione e ansia, irritabilità, benessere psicologico, supporto percepito dai coetanei, bullismo in presenza e online e diverse abitudini quotidiane legate agli schermi. I sintomi erano riferiti dagli studenti e non equivalgono a diagnosi cliniche.

Che cosa è emerso e che cosa resta fuori

Nel confronto complessivo, l’introduzione dei divieti non è stata associata a cambiamenti significativi negli indicatori di salute mentale e benessere, nel supporto tra pari o negli episodi di bullismo. Gli autori non hanno trovato risultati sostanzialmente diversi nelle analisi separate per genere né quando hanno applicato una definizione più restrittiva, che richiedeva di tenere il telefono riposto e non addosso.

Anche l’uso degli schermi riferito dagli adolescenti non ha mostrato cambiamenti riconducibili alle regole. Ma il dato riguarda le abitudini quotidiane, non un conteggio verificato dei telefoni usati a scuola: i ricercatori non disponevano di dati raccolti direttamente dai dispositivi e non hanno isolato le ore di lezione.

La distinzione è importante. La ricerca non misura se, in una specifica classe, la regola riduca le distrazioni, modifichi il tempo dedicato all’insegnamento o cambi il clima tra studenti e insegnanti. Gli autori indicano che questi esiti più immediati possono essere rilevanti, ma non sono stati valutati nello studio islandese. Non è quindi corretto trasformare il risultato in una conclusione generale secondo cui i divieti non servono a nessuno scopo scolastico.

Il confronto con l’Inghilterra: benessere simile, disegni diversi

Un altro studio, il progetto SMART Schools, ha confrontato 1.227 studenti di 12-15 anni in 30 scuole secondarie inglesi: 20 con politiche restrittive e 10 che consentivano l’uso ricreativo dei telefoni. Anche in questo caso non è emersa una differenza nel benessere mentale tra i gruppi. Nelle scuole con regole restrittive, però, i ragazzi riferivano meno tempo al telefono e sui social durante la giornata scolastica; non risultavano differenze nell’uso complessivo nei giorni feriali o nel fine settimana. I risultati sono descritti nello studio SMART Schools pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe.

Ricerca Confronto Risultato utile per interpretare i divieti
Islanda, 2026 23.938 risposte in 70 scuole; cambiamenti tra rilevazioni del 2016, 2018 e 2023 Nessun cambiamento significativo associato ai divieti negli esiti di benessere e relazione esaminati; attenzione in classe non misurata.
Inghilterra, SMART Schools, 2025 1.227 studenti in 30 scuole, con politiche restrittive o permissive Nessuna differenza rilevata nel benessere; nelle scuole restrittive era inferiore l’uso riferito durante l’orario scolastico, non quello complessivo.

I due lavori non sono una replica l’uno dell’altro: quello islandese confronta cambiamenti osservati in più rilevazioni, mentre SMART Schools è uno studio osservazionale trasversale. Insieme, offrono elementi per distinguere la riduzione dell’uso durante la scuola da un miglioramento generale del benessere, ma non dimostrano che ogni divieto, applicato in qualsiasi contesto, produca lo stesso risultato.

Perché il risultato va letto con cautela

Le scuole non sono state assegnate casualmente a una politica: hanno scelto autonomamente se adottarla e quando. Il confronto statistico tiene conto di alcune caratteristiche e degli andamenti precedenti, ma non può escludere tutti i fattori che cambiano nel tempo e che potrebbero distinguere gli istituti. Gli autori segnalano inoltre che nell’analisi erano sovrarappresentati gli adolescenti della regione della capitale islandese.

C’è anche una differenza nella raccolta delle risposte: nel 2016 e nel 2018 il questionario era cartaceo, nel 2023 elettronico. Le regole e le modalità con cui venivano fatte rispettare variavano; la ricerca non ha misurato sistematicamente quanto fossero osservate dagli studenti né le ragioni per cui ogni scuola le aveva adottate. Questi elementi limitano la possibilità di attribuire con certezza ogni differenza, o assenza di differenza, alla politica scolastica.

La ricercatrice Þórhildur Halldórsdóttir, dell’Università di Reykjavík e coautrice dello studio, ha riassunto così il risultato: «I divieti, da soli, non bastano a migliorare il benessere degli adolescenti», secondo la dichiarazione diffusa dall’Università di Reykjavík. È una sintesi riferita agli esiti analizzati, non una valutazione di tutte le finalità che una scuola può perseguire limitando i telefoni.

La domanda da porsi è quale risultato si vuole ottenere

Per giudicare una regola scolastica occorre chiarire l’obiettivo e raccogliere dati coerenti con esso. Se la domanda riguarda il benessere generale, lo studio islandese non rileva un miglioramento misurabile. Se riguarda invece le distrazioni, la partecipazione o il lavoro in classe, servono misurazioni dirette di questi aspetti, che qui non sono state effettuate.

Il prossimo passaggio utile per la ricerca è quindi verificare gli effetti su esiti scolastici e relazionali concreti, tenendo conto delle diverse modalità di applicazione e dei contesti. Per le scuole, il risultato disponibile invita a non considerare il divieto, da solo, una misura dimostrata per migliorare il benessere degli adolescenti.

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