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IA, gli americani si fidano più dei ricercatori che delle aziende
Due indagini statunitensi rilevano più fiducia nei ricercatori che nelle imprese di IA. Altri sondaggi registrano timori sulla velocità dello sviluppo e sui data center, ma campioni e domande diversi non consentono confronti diretti.
Negli Stati Uniti la fiducia nell’intelligenza artificiale cambia a seconda di chi la sviluppa e di chi dovrebbe gestirne le conseguenze. In un sondaggio, il 62% degli adulti dichiara fiducia in scienziati, università e ricercatori nella gestione delle sfide poste dall’IA; la quota scende al 47% per le aziende tecnologiche. Una seconda indagine, condotta su oltre 38 mila persone, rileva che il 60% si fida poco o per niente delle aziende di IA, mentre il 40% dice di fidarsi almeno in parte.
Altri sondaggi indicano riserve sulla rapidità dello sviluppo e sull’apertura di nuovi data center vicino alle abitazioni. Il quadro è di cautela verso le imprese e le conseguenze concrete dell’IA, non di un rifiuto generalizzato della tecnologia. Le ricerche, però, pongono domande diverse: le percentuali non dimostrano un calo della fiducia né sono direttamente confrontabili tra loro.
Che cosa misurano i due sondaggi sulla fiducia
La rilevazione dell’Independent Center, pubblicata il 26 ottobre 2026, è stata realizzata online da AlphaROC su 1.000 adulti statunitensi, intervistati dal 25 al 28 settembre. La domanda chiedeva quanto fossero fiduciosi che diverse istituzioni sapessero affrontare efficacemente le sfide dell’IA. Il 62% ha indicato scienziati, università e ricercatori; il 47% le aziende tecnologiche. Il margine d’errore dichiarato per il campione complessivo è di 3,1 punti percentuali, più ampio per i sottogruppi; i risultati sono non ponderati. I dettagli sono riportati nel sondaggio dell’Independent Center sulle istituzioni e l’IA.
Lo studio del Northwestern University Institute for Information, Internet & Democracy è stato pubblicato il 23 ottobre e si basa su una rilevazione nazionale ponderata di oltre 38 mila persone, intervistate dal 21 giugno all’11 agosto 2026. Qui la domanda riguardava la fiducia nelle aziende di IA «nel fare ciò che è giusto», con quattro possibili risposte: il 60% ha risposto «non molto» o «per niente», il 40% «abbastanza» o «molto». Il rapporto del Northwestern sulla fiducia e le preoccupazioni legate all’IA presenta anche dati su uso degli strumenti, differenze tra gruppi e infrastrutture.
Il 47% del primo sondaggio e il 40% del secondo non misurano una variazione nel tempo: cambiano la formulazione della domanda, l’oggetto valutato e le caratteristiche del campione. La serie del Northwestern, invece, consente un confronto interno: la quota di chi si fida delle aziende è stata del 39% a dicembre 2025, del 39% nella rilevazione tra maggio e luglio 2026 e del 40% nell’ultima. In quella serie, dunque, la fiducia è rimasta sostanzialmente stabile nel periodo osservato.
| Indagine | Periodo e campione | Risultato |
|---|---|---|
| Independent Center / AlphaROC | 25–28 settembre 2026; 1.000 adulti, interviste online | 62% fiducia in scienziati, università e ricercatori; 47% nelle aziende tecnologiche |
| Northwestern University Institute for Information, Internet & Democracy | 21 giugno–11 agosto 2026; oltre 38 mila persone, campione ponderato | 40% si fida delle aziende di IA almeno in parte; 60% poco o per niente |
Usare l’IA non significa fidarsi delle aziende
Il rapporto del Northwestern mostra che familiarità e fiducia possono divergere. Tra i giovani adulti dai 18 ai 24 anni, l’89% dichiara di aver usato uno strumento di IA, ma solo il 30% dice di fidarsi delle aziende che la sviluppano. Nello stesso gruppo, il 63% si considera competente nell’uso dell’IA. Sono dati su una fascia d’età specifica: non spiegano da soli perché le risposte differiscano e non possono essere estesi a tutti gli utenti.
Una rilevazione distinta dell’Annenberg Public Policy Center dell’Università della Pennsylvania, condotta su 1.320 cittadini adulti tra il 16 giugno e il 19 luglio, aiuta a distinguere l’atteggiamento verso la tecnologia dalle preoccupazioni per i suoi effetti. Il 59% riferiva di aver usato o incontrato l’IA almeno alcune volte nel mese precedente; il 39% prevedeva un impatto negativo dell’IA sugli Stati Uniti nei dieci anni successivi, mentre il 18% si aspettava un impatto positivo. Il centro riferiva inoltre che il 68% riteneva insufficiente la regolazione pubblica. Sono risposte a domande diverse dalla fiducia nelle aziende: descrivono aspetti collegati, ma non intercambiabili. Il metodo e i risultati sono illustrati nell’indagine Annenberg sugli atteggiamenti verso l’IA e i data center.
Un sondaggio AP-NORC pubblicato in ottobre ha rilevato che il 64% degli adulti statunitensi considera lo sviluppo dell’IA troppo veloce, contro il 27% che lo giudica adeguato e l’8% che lo ritiene troppo lento. La domanda riguarda il ritmo dello sviluppo, non la fiducia nelle imprese; aggiunge però un altro tassello al quadro delle riserve espresse dal pubblico. Nella stessa indagine, circa otto adulti su dieci giudicavano molto importante che il governo assicurasse il controllo umano sull’IA e proteggesse i lavoratori.
Il dissenso si concentra anche sui data center locali
La discussione sull’IA riguarda anche le infrastrutture necessarie a sostenerla. Nel sondaggio del Northwestern, il 54% diceva che non sosterrebbe un nuovo data center per l’IA nella propria comunità, mentre il 22% avrebbe espresso sostegno. Il dato registra un’opinione dichiarata, non una decisione amministrativa né l’esito previsto per un progetto specifico.
L’indagine Annenberg ha rilevato che il 61% si opponeva alla costruzione di nuovi data center nella propria area e il 14% la sosteneva; il restante 25% non si diceva né favorevole né contrario. Nella rilevazione dello stesso centro condotta tra febbraio e marzo, gli oppositori erano il 49%: il confronto interno indica un aumento di 12 punti in quattro mesi. Le due percentuali dei diversi istituti — 54% e 61% — non vanno lette come una contraddizione o come un unico andamento: cambiano periodo, formulazione e campione.
La rilevazione Annenberg segnala anche che l’opposizione attraversa i gruppi politici: era al 69% tra i democratici, al 54% tra i repubblicani e al 53% tra gli indipendenti. Il ricercatore Shawn Patterson Jr., dell’Annenberg Public Policy Center, ha osservato: «Nel frattempo, l’opposizione a un data center nella propria area è cresciuta di 12 punti». Il risultato riguarda il giudizio espresso dagli intervistati e non individua da solo le ragioni del dissenso: il dato, per esempio, non consente di attribuirlo specificamente ai consumi energetici, all’uso del suolo o all’occupazione.
Il quadro: prudenza, non rifiuto generalizzato
Nel loro insieme, le ricerche descrivono un rapporto articolato con l’IA: molti intervistati dichiarano di usare gli strumenti, ma la fiducia nelle aziende che li sviluppano resta più limitata; altre indagini registrano preoccupazioni sul ritmo del cambiamento, sulla regolazione e sulle infrastrutture locali. Queste misure non sono equivalenti: uso, fiducia nelle imprese, valutazione dell’impatto e sostegno a un data center rispondono a domande differenti.
Il dato utile per il dibattito pubblico è quindi una distinzione, non un verdetto: le riserve sulle aziende e sui progetti locali coesistono con l’uso della tecnologia e non dimostrano, da sole, un calo dell’adozione o un’opposizione generale all’IA. Per capire se gli atteggiamenti cambieranno serviranno nuove rilevazioni con domande comparabili; per i data center, i prossimi passaggi concreti dipenderanno dalle valutazioni e dalle decisioni delle comunità e delle autorità coinvolte nei singoli progetti.
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