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Economia & Lavoro

Mercati, calma piatta in attesa delle trimestrali

Ancora tranquillità per le Borse, che attendono i dati del primo quarter per riprendere la corsa o fermarsi. Superata la crisi bancaria, almeno in Europa, restano ben presenti i timori per l’inflazione e i nuovi rialzi dei tassi. Lo yuan e la “guerra” delle valute

Carlo Vedani

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Indici di borsa
Indici di borsa (© Depositphotos)

Per la seconda settimana di fila, i mercati procedono tranquilli e senza particolari spunti: gli scambi sono pochi e il clima è di attesa. Superata, almeno in Europa, la grande paura di una nuova crisi bancaria, i timori delle Borse sono legati all’inflazione, ancora più alta del previsto, e al probabile, nuovo ritocco dei tassi verso l’alto da parte delle principali banche centrali. Mentre la volatilità si sta calmando, anche sul versante obbligazionario. E questo, naturalmente, è un buon segnale.

In attesa delle trimestrali

Il lungo rimbalzo sembra comunque esaurito, o almeno in pausa; siamo vicini ai punti di massimo, gli scambi sono pochi e i mercati non hanno una direzione né un’intonazione precisa.

È con questo approccio “neutro” che ci si appresta ad attraversare il periodo delle trimestrali – già aperto dai dati delle prime aziende finanziarie Usa e che in Italia inizieranno a svelarsi nel corso di maggio. I primi risultati dell’anno, soprattutto nei titoli bancari, si riveleranno quasi sicuramente in grado di indirizzare l’andamento dei listini nei prossimi mesi.

Tassi, nuovi rialzi in vista

Sul lato tassi, l’onda lunga dell’inflazione non favorisce un cambiamento di prospettiva da parte delle banche centrali. Anche se, in realtà, i dati mensili di crescita non sono dell’1%, ma dello 0,3%: a mostrare un incremento alto sono  i numeri degli ultimi 12 mesi, che ci porteremo dietro fino a ottobre. Se si considerassero i dati mensili, avremmo già registrato anche periodi a inflazione negativa, corrispondenti ai momenti di maggiore calo del costo dell’energia.

Ma così non è. Per questo motivo, Fed e Bce continueranno per un po’ con l’inesorabile rialzo dei tassi. Lo rivelano le dichiarazioni di esponenti delle due banche centrali, che confermano la persistenza di una strategia poco lungimirante, soprattutto in Europa.

Sul versante americano, è stato James Bullard, presidente della Federal Reserve di St Louis, ad affermare che gli Usa dovrebbero proseguire a ritoccare i tassi, a causa dell’inflazione persistente e della crescita dell’economia, su cui i rialzi non hanno avuto un impatto negativo troppo forte.

Nell’area euro, d’altra parte, Christine Lagarde non si è sbottonata troppo, limitandosi ad affermare che nel corso della prossima riunione Bce (3-4 maggio) sarà presa una decisione sulla base dei dati macroeconomici.

Tuttavia Martin Kazaks, governatore della banca centrale lettone e membro del direttivo Bce, ha parlato di un possibile ritocco di 25 punti base a maggio (non escludendo, peraltro, il “solito” rialzo di 50), dimostrandosi fiducioso sulla capacità di Eurolandia di evitare la recessione. Secondo gli osservatori sono probabili tre mesi di rialzi a 25 punti base. Poi si vedrà.

Ancora una volta finirebbero dunque di prevalere i falchi, anche se in maniera meno netta rispetto ai mesi precedenti. La speranza è che almeno dopo l’estate l’Eurotower inizi a invertire la tendenza. Sempre che l’energia non torni a servirci sul piatto nuove brutte sorprese.

Già, l‘energia, principale motivo dell’inflazione europea, che ha colpito il continente su due diverse direttrici. Oltre alla guerra russo-ucraina, anche la dinamica con cui si è organizzata la transazione energetica, che ha causato costi spropositati e timori di vario tipo – anche occupazionali. E che, per l’inflazione di casa nostra, ha assunto un ruolo ancora più determinante di quanto non abbia fatto il conflitto.

Usa: rischio default tecnico?

Negli Stati Uniti attualmente c’è un altro problema: lo scorso gennaio, infatti, Washington ha raggiunto il limite autorizzato del debito pubblico, a 31.381 miliardi di dollari. Secondo un’analisi di Schroders, firmata dall’economista George Brown, il Tesoro americano ha utilizzato alcuni espedienti contabili per far fronte ai suoi obblighi, ma non potrà farlo all’infinito.

Per gli Stati Uniti, dunque, l’alternativa è una sola: o modificare il tetto del debito (operazione effettuata oltre cento volte nel dopoguerra), oppure andare in default tecnico.

Come finirà? Molto probabilmente, con un “tampone”: il tetto sarà alzato per tempo, magari con un compromesso dell’ultimo momento tra i due partiti. Una soluzione diversa causerebbe il blocco dei fondi federali e sospensioni dal lavoro, o addirittura licenziamenti dall’oggi al domani, dei dipendenti: un rischio – foriero, tra l’altro, di volatilità sui mercati – che a un passo dalla campagna elettorale presidenziale nessuno può permettersi di correre.

Facile, dunque, che si trovi l’accordo. Ma prima di allora avverrà il solito braccio di ferro fra i democratici – che punteranno a recuperare denaro alzando le tasse – e i repubblicani – che invece si prodigheranno per ottenere tagli di spesa.

Si intravede quindi la via, già sperimentata, del compromesso, capace di attenuare (anche per motivi elettoralistici) la politica di forte spesa pubblica condotta da Joe Biden. Una politica capace di rivelarsi, negli Usa, la terza causa scatenante dell’inflazione, insieme alle due (meno influenti oltre oceano) che l’hanno fatta lievitare in Europa.

Euro, lento recupero sul dollaro

Sul versante monetario, è in corso l’assestamento del rapporto euro-dollaro nella fascia di oscillazione 1,08-1,12. Dopo un breve periodo all’insegna della parità, dunque, la nostra moneta si è gradualmente rimessa in quadro: ora siamo nel bel mezzo di una fase laterale, all’insegna dei piccoli aggiustamenti.

Il nuovo equilibrio fra le due monete, naturalmente, fa bene all’Europa, che sterilizza i rialzi delle materie prime, i cui costi sono espressi in dollari. E contribuisce a minare l’inflazione.

In un prossimo futuro potremmo assistere a una svalutazione del biglietto verde, come avviene ogni volta che gli Stati Uniti attraversano una crisi che richiede un cedimento sulle quotazioni della moneta nazionale.

Lo yuan avanza

Una svalutazione del dollaro potrebbe avvenire se il suo ruolo uscisse ridimensionato dalle spinte “autonomiste” dei Brics. I cinque paesi, guidati dall’intraprendenza cinese, stanno infatti sperimentando scambi con monete diverse dal dollaro, con lo yuan nel ruolo di jolly e di possibile antagonista delle banconote americane.

È presto per azzardare previsioni sulla persistenza di questo fenomeno; certo è che agli accordi fra Cina e Brasile, che utilizzeranno yuan e reais per le loro transazioni bilaterali, potrebbero seguirne altri, che segnerebbero un arretramento della valuta americana.

Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica rappresentano circa il 40% della popolazione mondiale: se lo yuan si imponesse come la moneta di riferimento per queste economie (e magari per paesi vicini, come per esempio l’Argentina), gli Stati Uniti potrebbero rischiare gravi squilibri delle bilance commerciali.

Se un ruolo più centrale dello yuan non è da escludere, è invece molto difficile pensare a una moneta unica dei Brics, di cui si è parlato e riparlato a intermittenza. Una valuta comune per paesi così distanti tra loro (e non soltanto geograficamente) sarebbe di ben più difficile realizzazione rispetto all’euro, la cui fondazione non è stata propriamente una passeggiata. E che ancora adesso è esposto a problemi strutturali, a cominciare dai sempre incombenti ampliamenti degli spread.

Oro, fine della corsa

Infine, la situazione dell’oro, che sembra ben lungi dal battere nuovi record. Per ora, il limite dei 2.000 dollari l’oncia sembra aver stabilito uno spartiacque. Il metallo giallo è ora in una fase di assestamento, che è tale solo per l’attuale debolezza del dollaro. Se le quotazioni fossero definite in euro, il re dei preziosi avrebbe già imboccato la via dell’arretramento.

Difficile stabilire se si verificherà una nuova forza propulsiva. La crisi bancaria europea sembra superata, ma non quella americana: se avvenissero novità negative sul fronte degli istituti di credito a stelle e strisce, non è escluso un nuovo volo dell’oro. In caso contrario, l’inflazione e i tassi alti potrebbero tarpargli le ali.

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