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Medio Oriente

Israele, Katz nega un attacco all’Iran prima del voto: resta contestato il retroscena su Netanyahu

Alla vigilia delle elezioni del 27 ottobre, Israel Katz nega che Israele intendesse attaccare l’Iran prima del voto. La smentita segue un retroscena di Channel 12 su un presunto contrasto tra Benjamin Netanyahu e il capo di Stato maggiore Eyal Zamir: l’azione citata non è stata precisata e non è emersa una conferma indipendente dell’ordine riferito.

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Urna elettorale accanto a un fascicolo militare chiuso, con una mappa stilizzata del Medio Oriente sullo sfondo
Illustrazione editoriale sulle tensioni politiche e militari alla vigilia del voto israeliano. (© Diario del Web / AI)

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha negato che Israele intendesse avviare un attacco contro l’Iran prima delle elezioni del 27 ottobre. La smentita, diffusa lunedì 26 ottobre, è arrivata dopo che Channel 12 aveva riferito la sera precedente di un contrasto tra il premier Benjamin Netanyahu e il capo di Stato maggiore Eyal Zamir su una possibile operazione collegata a Teheran. Netanyahu ha respinto la ricostruzione; finora non sono stati resi pubblici né il contenuto dell’azione citata dall’emittente né riscontri indipendenti che confermino l’esistenza di un ordine di attacco.

La distinzione conta alla vigilia del voto: il retroscena riferisce di una direttiva e di una discussione sui rischi di escalation, ma non dimostra che fosse stato deciso un attacco imminente. Le accuse lanciate durante la campagna elettorale sono posizioni politiche, non prove delle intenzioni del governo o di un rifiuto del capo militare di eseguire un ordine.

Che cosa riferisce Channel 12 e che cosa non è noto

Secondo il resoconto di Channel 12, ripreso da altre testate, Zamir avrebbe ricevuto dalla leadership politica indicazioni per un’azione non specificata. Il capo di Stato maggiore avrebbe chiesto un esame approfondito e un’autorizzazione formale prima di procedere. Fonti anonime citate dall’emittente avrebbero inoltre riferito preoccupazioni nell’ambiente militare per una possibile rapida escalation con l’Iran e per l’eventualità che il dossier venisse usato a fini politici.

Questi dettagli restano attribuiti a fonti non nominate. Né la natura dell’azione né l’eventuale direttiva sono state rese pubbliche; la richiesta di un confronto o di un’autorizzazione, se avvenuta, non equivale di per sé al rifiuto di un ordine. Le riprese della notizia da parte di altre testate confermano che il resoconto è circolato, non che i dettagli siano stati verificati in modo indipendente.

La sequenza delle dichiarazioni

Data Passaggio Che cosa stabilisce
24 ottobre Katz afferma in un’intervista a Kan 11 che Israele non sta avviando una campagna contro l’Iran prima del voto. È una dichiarazione pubblica del ministro, precedente al retroscena di Channel 12.
25 ottobre Channel 12 riferisce di un contrasto tra Netanyahu e Zamir su un’azione collegata all’Iran. Netanyahu nega che vi sia stato uno scontro. Il contenuto dell’azione non viene precisato dall’emittente.
26 ottobre Katz ribadisce che Israele non intende iniziare un attacco prima delle elezioni; l’ufficio del premier definisce falsa la notizia. Le smentite riguardano l’iniziativa israeliana prima del voto, non l’eventualità di una risposta a un attacco.
27 ottobre È previsto il voto per eleggere la 26ª Knesset. Al momento della pubblicazione, le elezioni devono ancora tenersi.

Nel messaggio diffuso lunedì, Katz ha scritto che «non c’è mai stata l’intenzione di avviare un attacco contro l’Iran prima delle elezioni», aggiungendo che Israele reagirebbe con forza se fosse colpito per primo. Netanyahu, in un’intervista a Channel 14, ha negato il contrasto con Zamir. Il premier aveva inoltre avvertito che l’Iran o gruppi a esso alleati potrebbero tentare di interferire con il voto; anche questa è una sua dichiarazione, distinta dal resoconto sulla presunta direttiva.

Perché la notizia pesa nella campagna

Il voto del 27 ottobre è il primo appuntamento elettorale nazionale israeliano dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 ed è considerato un giudizio sulla leadership di Netanyahu, sul collasso della sicurezza di quel giorno e sulla gestione delle guerre successive. La campagna comprende anche il servizio militare degli ultraortodossi, le divisioni sulle riforme giudiziarie e il costo della vita. Un’indagine dell’Israel Democracy Institute citata dall’Associated Press rileva che il 38% degli ebrei israeliani considera l’economia e il costo della vita uno dei due temi più importanti del voto; tra gli arabi israeliani la quota è del 46%.

Il dossier iraniano ha quindi un forte peso simbolico e di sicurezza, ma non va confuso con la prova di un piano elettorale. Inoltre, secondo l’analisi del Washington Post sulle posizioni dei candidati, i principali sfidanti di Netanyahu condividono con lui l’idea che l’Iran rappresenti una minaccia grave per Israele. Le differenze riguardano anche il modo di tradurre le operazioni militari in risultati politici: il retroscena può alimentare lo scontro sulla responsabilità e sulla gestione del rischio, senza dimostrare che i blocchi abbiano visioni opposte sull’Iran.

Le reazioni dell’opposizione hanno alzato il tono dello scontro. Gadi Eisenkot ha avvertito Netanyahu di non anteporre i propri interessi politici alla sicurezza dello Stato. Avigdor Lieberman ha scritto alla procuratrice generale chiedendo un’indagine penale su un possibile tradimento. Sono accuse formulate da avversari del premier durante la campagna: non provano che Netanyahu abbia cercato di provocare una guerra, né che Zamir abbia rifiutato un ordine.

La diplomazia regionale e il rischio di escalation

La vicenda si inserisce in una fase regionale tesa, ma non ne è una conferma operativa. Lunedì 26 ottobre delegazioni di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia erano a Teheran per colloqui con funzionari iraniani. Secondo l’Associated Press e le dichiarazioni delle autorità coinvolte, l’obiettivo era discutere la sicurezza regionale e tentare di evitare una ripresa dei combattimenti; anche mediatori qatarioti erano impegnati in contatti diplomatici. L’agenda dei colloqui non era stata definita pubblicamente in ogni dettaglio.

Il quadro comprende una precedente intesa di giugno, rapidamente naufragata, che avrebbe dovuto aprire un percorso per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare negoziati più ampi. La diplomazia in corso mostra che più governi cercano di contenere il rischio di un nuovo confronto; non conferma che Israele abbia deciso un attacco né che esso sia imminente. Anche le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, previste il 3 novembre, contribuiscono alla sensibilità politica del calendario, ma la vicinanza delle date non dimostra un legame causale con una decisione militare.

Che cosa si può concludere per Italia ed Europa

Al momento, la notizia non documenta cambiamenti concreti per la sicurezza, i trasporti o gli approvvigionamenti italiani ed europei. Un nuovo allargamento del conflitto potrebbe accrescere i rischi regionali e incidere sulle rotte commerciali, ma si tratta di una possibilità, non di una conseguenza già osservata attribuibile al retroscena.

I prossimi elementi da seguire sono l’esito del voto, eventuali chiarimenti ufficiali sul contenuto dell’azione riferita da Channel 12 e la presenza di riscontri documentali o indipendenti. Resta inoltre da vedere se la richiesta d’indagine di Lieberman avrà seguito e quali risultati produrranno i colloqui diplomatici a Teheran. Fino a nuovi elementi, il quadro pubblico resta quello di un’accusa basata su fonti anonime e delle smentite di Netanyahu e Katz.

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