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Medio Oriente

Patto Turchia-Arabia Saudita-Pakistan, sì della commissione: ora tocca all’Aula

Il 27 ottobre la commissione Esteri turca ha approvato la ratifica dell’accordo. Ankara non l’ha ancora completata, ma i tre Paesi hanno già concordato misure per preparare il dispiegamento di forze in Arabia Saudita, nel rispetto delle procedure nazionali.

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Illustrazione dei tre leader dei Paesi firmatari del patto di difesa, con un’aula parlamentare sullo sfondo.
Il patto tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan ha superato la commissione Esteri turca; per Ankara resta necessario il voto dell’Assemblea plenaria. Illustrazione generata con intelligenza artificiale. (© Diario del Web / AI)

La commissione Esteri del Parlamento turco ha approvato il 27 ottobre il disegno di legge per ratificare il patto di difesa firmato da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Il voto dell’Assemblea plenaria è ancora necessario, ma l’intesa ha già superato la fase delle dichiarazioni: il 5 ottobre i tre Paesi hanno deciso di preparare il dispiegamento rapido in Arabia Saudita di forze e capacità militari concordate, subordinandolo alle rispettive legislazioni nazionali. Il via libera in commissione non ratifica il patto e non autorizza da solo l’invio di militari turchi.

Il disegno di legge e il testo dell’accordo sono consultabili nella scheda del Parlamento turco. L’approvazione della commissione il 27 ottobre è riferita dall’Associated Press; il sito parlamentare, però, indica ancora il provvedimento come «in commissione». La divergenza tra il resoconto giornalistico e lo stato della scheda ufficiale resta da chiarire con la redazione.

In sintesi: il patto prevede assistenza reciproca in caso di aggressione armata esterna, ma non stabilisce un intervento militare automatico. L’eventuale sostegno va concordato e deve rispettare le procedure nazionali. Arabia Saudita e Pakistan hanno completato le rispettive ratifiche, secondo il ministero degli Esteri pakistano; la Turchia deve ancora concludere il proprio iter.

Che cosa prevede il patto della Mecca

Firmato il 7 agosto 2026 alla Mecca, l’accordo stabilisce che un attacco armato esterno contro uno dei tre firmatari sia considerato un attacco contro tutti. Gli altri si impegnano a prestare assistenza, ma la natura e la portata del sostegno devono essere definite dopo una valutazione condivisa, nel quadro del diritto di autodifesa previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. La relazione che accompagna il disegno di legge turco specifica che la clausola di difesa collettiva non si applica automaticamente: le decisioni devono basarsi su consultazioni e accordo comune e rispettare le norme costituzionali e le leggi di ciascun Paese.

La cooperazione prevista va oltre un’eventuale risposta militare: comprende coordinamento tra le forze armate, collaborazione nell’industria della difesa e condivisione di informazioni d’intelligence. L’accordo entra in vigore dopo il deposito dell’ultima ratifica. Una volta in vigore, resta valido a tempo indeterminato; ciascun firmatario può recedere solo dopo dieci anni, con un preavviso di almeno tre mesi. Queste condizioni sono indicate nel testo allegato alla proposta di ratifica.

Il piano per l’Arabia Saudita e i suoi limiti

Il passaggio più concreto è arrivato il 5 ottobre, durante una riunione d’emergenza della commissione strategica, politica e di difesa dell’intesa, a Riyadh. Nel comunicato congiunto, i tre Paesi hanno annunciato l’avvio immediato delle misure pratiche per attuare gli impegni di difesa collettiva e predisporre il rapido dispiegamento nel regno di forze e capacità militari già concordate. Il testo precisa che le misure sono soggette agli accordi approvati e alle leggi nazionali: il comunicato del ministero degli Esteri pakistano non specifica quali reparti o mezzi saranno impiegati, né indica un calendario operativo.

Per la Turchia, il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha citato come possibili ambiti di assistenza la difesa aerea, la guerra elettronica e il supporto tecnico, precisando che le valutazioni sono ancora in corso. Esponenti del governo hanno escluso l’invio di militari turchi in Yemen per condurre attacchi contro gli Houthi. Sono dichiarazioni sulle intenzioni e sulle opzioni considerate da Ankara, non la conferma di un dispiegamento già avvenuto o di un piano definitivo.

Il patto è già diventato anche un formato di consultazione: i ministri degli Esteri e della Difesa e i vertici militari dei tre Paesi si sono riuniti a Istanbul il 31 agosto e a Riyadh il 5 ottobre. Il 26 ottobre delegazioni dei firmatari hanno incontrato rappresentanti iraniani a Teheran. Come ricostruito nell’articolo sui colloqui a Teheran, l’incontro diplomatico non prova che sia stata concordata una risposta militare e non equivale alla ratifica turca.

Le obiezioni dell’opposizione e il rapporto con la NATO

In commissione, il viceministro degli Esteri turco Zeki Levent Gümrükçü ha sostenuto che l’intesa è «complementare alla NATO» e non individua un Paese o un gruppo come nemico comune. Il presidente della commissione Fuat Oktay l’ha presentata come uno strumento per rafforzare deterrenza e cooperazione regionale. Sono le posizioni del governo e della maggioranza, non una descrizione degli effetti già prodotti dal patto.

Le opposizioni hanno chiesto quali obblighi concreti potrebbero gravare sulla Turchia e avvertito che il Paese rischia di essere coinvolto nei conflitti dei partner. Nel dibattito sono state richiamate le tensioni con gli Houthi in Yemen e le controversie che coinvolgono Pakistan, India e Afghanistan. Sono timori politici: il testo, da solo, non dimostra che Ankara abbia già assunto l’impegno di partecipare a una specifica operazione.

L’accordo della Mecca non sostituisce né modifica automaticamente gli obblighi della Turchia nell’Alleanza atlantica. L’articolo 12 del patto preserva i diritti e gli obblighi derivanti dagli accordi internazionali già conclusi. Anche per la NATO la difesa collettiva non prescrive un’unica risposta militare: l’articolo 5 impegna ciascun alleato ad assistere il Paese attaccato con le misure che ritiene necessarie, che possono o meno comportare l’uso della forza, come spiega la pagina ufficiale della NATO sull’articolo 5.

Che cosa succede adesso

Il prossimo passaggio per Ankara è il voto dell’Assemblea plenaria; non risulta fissata una data. Se la ratifica turca sarà approvata e depositata, l’accordo potrà entrare formalmente in vigore dopo il completamento della procedura da parte di tutti i firmatari. Secondo il ministero degli Esteri pakistano, Pakistan e Arabia Saudita hanno già completato le rispettive ratifiche. Resta distinto il tema delle eventuali autorizzazioni nazionali necessarie per dispiegare militari: la ratifica del trattato non è, da sola, un’autorizzazione generale a inviarli all’estero. Per capire se gli annunci di ottobre si tradurranno in misure operative, serviranno quindi sia il voto turco sia indicazioni più precise sui reparti, le capacità e le procedure concordate.

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