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Bologna, l’accusa: dal carcere ordinavano agguati con telefoni clandestini

Nove persone indagate, sei raggiunte da misure cautelari: secondo l’accusa, telefoni illeciti avrebbero permesso di coordinare traffici di droga e intimidazioni armate anche dal carcere. Un destinatario è irreperibile.

Redazione Bologna

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Illustrazione di un telefono cellulare anonimo tra le sbarre di un corridoio penitenziario.
Un telefono cellulare dietro le sbarre richiama il presunto uso di dispositivi illeciti per mantenere contatti tra carcere e territorio. Illustrazione generata con intelligenza artificiale. (© Diario del Web / AI)

Sei persone sono destinatarie di misure cautelari in carcere nell’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Bologna su traffico di droga, estorsioni e aggressioni armate. Secondo l’accusa, alcuni detenuti avrebbero coordinato attività all’esterno usando telefoni introdotti illegalmente negli istituti. Gli indagati sono nove e un destinatario della misura è ancora irreperibile. La ricostruzione degli episodi e dell’ordinanza riportata dal Corriere di Bologna descrive due intimidazioni con armi da fuoco, una delle quali collegata a un debito per una fornitura di cocaina.

In breve: l’inchiesta ricostruisce presunti contatti tra persone detenute e complici liberi, ma le responsabilità individuali e il ruolo attribuito a ciascun indagato restano da accertare. Le misure cautelari non sono condanne.

Sei destinatari su nove indagati

La Polizia di Stato ha eseguito il 27 ottobre 2026 un’ordinanza di custodia cautelare in carcere disposta dal gip. Le contestazioni, a vario titolo, comprendono traffico di stupefacenti, estorsione, detenzione e porto di armi e uso illecito di telefoni cellulari in istituti penitenziari. La Questura di Bologna ha pubblicato una nota sull’operazione; i dettagli disponibili sono riportati anche da ANSA Emilia-Romagna e dalle cronache locali.

Tra i sei destinatari ci sono quattro cittadini albanesi di 21, 26, 39 e 48 anni e due italiani di 22 e 33 anni, secondo il Corriere di Bologna. Il quarantottenne non è stato rintracciato. Altri tre indagati non risultano destinatari di misure cautelari. Alcuni dei sei erano già detenuti o agli arresti domiciliari per altre vicende: questa circostanza non prova le nuove accuse.

«A vario titolo» è una precisazione importante: il quadro generale delle contestazioni non significa che ogni reato sia attribuito a ciascuna persona. La ripartizione delle accuse e degli indizi per posizione si potrà valutare sull’ordinanza, il cui testo integrale non è disponibile nei materiali consultati.

Il presunto debito e gli spari contro un’auto

Secondo la ricostruzione investigativa riportata dal Corriere e da ANSA, due detenuti avrebbero concordato una fornitura di un chilogrammo di cocaina. L’8 gennaio 2026, due uomini avrebbero atteso la moglie di uno dei detenuti nei pressi di casa; la donna, che era con una bambina, avrebbe ricevuto un avvertimento e si sarebbe rivolta ai carabinieri. In seguito, secondo l’accusa, i due avrebbero raggiunto la casa della madre dell’uomo e sparato contro la sua auto per sollecitare il pagamento del debito. Non risultano feriti in questo episodio nelle ricostruzioni consultate.

Un secondo episodio risale al febbraio 2025: in un parcheggio di Bologna, due fratelli avrebbero sparato contro un uomo su mandato di un terzo fratello detenuto. La vittima sarebbe stata ferita di striscio e non avrebbe presentato denuncia; un video dell’aggressione sarebbe poi circolato anche in carcere. Le fonti consultate non concordano sul giorno preciso: ANSA indica il 25 febbraio, mentre il video pubblicato da la Repubblica riporta il 28. Per questo la data è indicata qui soltanto come febbraio 2025.

Telefoni e coordinamento tra carcere e territorio

Secondo gli investigatori, i telefoni illeciti avrebbero permesso di mantenere contatti con persone all’esterno, gestire traffici e recuperare crediti. RaiNews riferisce che l’indagine riguarda comunicazioni partite da istituti penitenziari di Bologna, Modena e Ferrara. Il Corriere aggiunge che alcuni dispositivi sarebbero stati recuperati e altri distrutti dopo l’uso: un elemento che, se confermato, rende centrale la ricostruzione delle comunicazioni e dei legami tra i diversi indagati.

Sull’avvio dell’inchiesta le cronache descrivono passaggi diversi: ANSA indica come punto di partenza le due aggressioni armate; RaiNews riferisce che gli investigatori sono risaliti alla rete a partire dall’arresto di un uomo trovato con droga e un’arma. Il materiale consultato non chiarisce come questi passaggi si collochino nella sequenza investigativa.

Il dirigente della Squadra mobile Guglielmo Battisti ha descritto, secondo il Corriere, la possibilità di «mantenere un controllo del territorio dall’interno del carcere». È una valutazione investigativa sul presunto funzionamento della rete, non un accertamento giudiziario definitivo.

Che cosa resta da chiarire

Il procedimento dovrà definire il ruolo attribuito a ciascuno dei nove indagati, quali comunicazioni siano state ricostruite e come i telefoni siano entrati negli istituti. Restano inoltre da conoscere gli sviluppi sull’esecuzione della misura per il destinatario irreperibile e le eventuali contestazioni delle difese. Fino alle decisioni delle successive fasi giudiziarie, le ipotesi investigative non equivalgono a responsabilità accertate.

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