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Alessandro Colombo: «La guerra è frutto di 15 anni di deriva dei rapporti Nato-Russia»

Il professor Alessandro Colombo, docente di Relazioni internazionali, presenta al DiariodelWeb.it il suo ultimo libro «Il governo mondiale dell’emergenza»

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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Sullo sfondo il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin (© Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Sullo sfondo il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin (© Ansa)

La pandemia e la guerra in Ucraina non sono stati solo due eventi drammaticamente sconvolgenti di questo periodo. In un certo senso, rivestono anche un ruolo storico: si sono incaricate di svelare all’Occidente la clamorosa illusione in cui ha vissuto per tanti, troppi decenni. Quella di avere prevalso sul resto del mondo, di avere imposto a tutta l’umanità il suo pensiero, il suo modello di sviluppo, la sua politica, e di avere quindi cancellato qualsiasi paradigma alternativo. Ecco perché il Covid-19 e il conflitto ci hanno colpito così duramente ed ecco perché ci fanno così paura. Di questo parla il professor Alessandro Colombo, docente di Relazioni internazionali all’Università di Milano, nel suo ultimo libro «Il governo mondiale dell’emergenza. Dall’apoteosi della sicurezza all’epidemia dell’insicurezza», edito da Raffaello Cortina, che presenta in questa intervista al DiariodelWeb.it.

Professor Alessandro Colombo, ci eravamo davvero illusi tutti quanti?
Senza dubbio. Per trent’anni abbiamo ritenuto che la vittoria della democrazia liberale, e la supremazia degli Stati Uniti e dei loro alleati sul sistema internazionale, sarebbero state irreversibili.

La famosa «fine della storia» profetizzata da Fukuyama?
Esatto. Che poi pensavano quasi tutti, ma che lui riassunse in quella formula fortunata. Come abbiamo visto, non si è rivelata vera. Ma c’è anche un altro problema.

Quale?
Quella fase di euforia ci ha suggerito una matrice interpretativa del sistema internazionale e forse addirittura della nostra vita. Abbiamo ritenuto che essere sicuri significasse vivere in un mondo nel quale non ci fossero più competitori, alternative, guerre, né confini. La riemersione di questi elementi ci ha gettato in una condizione di insicurezza, per certi versi irrealistica.

Ci eravamo talmente disabituati alla presenza di imprevisti che siamo stati colti di sorpresa e quindi abbiamo esagerato nella reazione?
Abbiamo reagito in modo probabilmente disordinato, dal punto di vista politico e culturale, al ritorno di qualcosa che nella storia c’è sempre stato. La politica internazionale è sempre stata animata da competizioni, mentre noi viviamo l’esistenza stessa della competizione come una catastrofe. È sempre stata fatta di alternative, mentre noi vediamo l’emergere di alternative come il crollo del mondo. E naturalmente è sempre stata fatta di divisioni, che passano per la creazione di confini.

Una condizione fisiologica, dunque, non patologica come ci viene raccontata.
Noi lo avvertiamo come un segno d’insicurezza catastrofica, ma con ogni probabilità non è altro che la conclusione di quell’ubriacatura della fine della storia. Nella quale, più o meno consapevolmente, gran parte della nostra opinione pubblica, dei nostri intellettuali e dei nostri uomini politici si sono cullati molto a lungo.

È per questa disabitudine all’alternativa che la reazione della maggioranza ha preso la forma della ridicolizzazione o criminalizzazione del dissenso, della dittatura del politicamente corretto e del pensiero unico?
Sì. Quella fase di chiusura della storia è stata una specie di saturazione del tempo e dello spazio, di cui ci siamo appropriati. E, a partire dalla nostra cittadella, abbiamo iniziato arrogantemente a giudicare tutto quello che stava fuori. Il passato, che è diventato una sentina di arretratezze e di brutalità, ma anche tutti coloro che non si sono ritrovati nel nostro mondo democratico e liberale.

Questi non avevano più nemmeno diritto di cittadinanza.
Ciò ha reso molto più complicato gestire le relazioni competitive. Faccio l’esempio della Cina: il fatto che un attore riemerga e diventi un competitore non è nulla di strano. Se noi lo consideriamo un’apocalisse, questo la dice lunga sulla cultura politica, o dovrei dire impolitica, nella quale abbiamo navigato.

L’assurdo è che dal presunto trionfo della democrazia liberale si è giunti a una posizione autocratica che ha ben poco di democratico e di liberale.
È stato tutto paradossale. La democrazia liberale ha vinto opponendosi a grandi esperimenti d’ingegneria sociale, che si sono rivelati in larga parte criminali. Eppure, nel momento in cui ha vinto questa grande partita novecentesca, si è gettata a sua volta in un enorme progetto d’ingegneria sociale qual è stato quello del nuovo ordine mondiale, dell’esportazione della democrazia e del mercato ovunque.

Il modello globalista.
Anche dal punto di vista della gestione dei rapporti con soggetti diversi da noi, non possiamo dire che il risultato sia stato soddisfacente.

Faceva riferimento all’illusione degli Stati Uniti di avere preso permanentemente il controllo del mondo. La guerra in Ucraina non nasconde anche l’intento di ribadirlo, in un momento in cui lo si sente scricchiolare?
Questa è una guerra molto complessa, che in realtà ha dentro di sé una serie di vicende diverse. Tanto per cominciare, una lunga discesa verso questo esito nelle relazioni tra Nato e Federazione russa, che hanno perso completamente la capacità di gestione reciproca almeno da quindici anni a questa parte.

Dunque era un conflitto annunciato?
Non dico che l’esito fosse scontato, perché sarebbe eccessivo, ma è stato lungamente preparato da una deriva progressiva. Credo che gli Usa vivano in questo momento una situazione ambivalente. Da un lato sono l’unico soggetto che ha guadagnato qualcosa, cioè ha rimesso in riga i propri alleati europei, in particolare la Germania sospettata di fare il doppio gioco. Dall’altro la sensazione crescente è che non vogliano lasciarsi intrappolare a lungo in questa guerra. Gli interessi americani sono altrove e, tra tutti gli attori in gioco, loro sono quelli che danno più l’intenzione di voler cercare o offrire una via d’uscita.

Una via d’uscita non può esserci anche da questa crisi del nostro paradigma? Intendo dire, ora che ci siamo accorti che non siamo soli al mondo e che il nostro modo di pensare non è l’unico giusto, possiamo immaginare uno schema di convivenza e di rispetto reciproco che non si traduca necessariamente nella pretesa di convertire tutti i nostri vicini?
Io sono un po’ più pessimista. Concludo il libro con tre pagine in cui riprendo quello straordinario e illeggibile testo che è «Gli ultimi giorni dell’umanità» di Karl Kraus. Credo che noi siamo in una situazione abbastanza simile.

In che senso?
Intanto questa retorica che ci aveva promesso ciò che poi non si è realizzato è clamorosamente fallita. Ma questo fallimento, almeno finora, non ha aperto lo spazio per un ripensamento critico degli errori né per una capacità di imparare la lezione. Anzi, come raccontava Kraus, non sta facendo altro che incancrenire il linguaggio dominante, che diventa sempre più arrogante, barricato, intollerante, quasi nevrotico. Quel pensiero unico è diventato la cancel culture, una vera e propria furia nei confronti della realtà che la sta smentendo, un irrigidimento che sta portando a difese quasi grottesche di una cultura che si è già rivelata clamorosamente inadeguata.

Kraus scriveva il suo libro durante l’epilogo dell’impero asburgico. Eppure neanche quella è stata la fine dell’umanità, ma il preludio di una nuova fase. Non andrà così anche stavolta?
Questo è sicuro. La storia non è finita, su questo non ci sono dubbi e bisogna mettersi l’anima in pace. Naturalmente, non sappiamo da che parte finirà per andare, ma credo davvero che questa vicenda storica si stia avviando alla conclusione. Che, come spesso è accaduto, è una conclusione ridicola.

Karl Marx sosteneva che «la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa».
E noi nella farsa ci siamo immersi ampiamente.

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