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Opinioni

Enzo Pennetta: «Lanciamo un referendum per bloccare l’invio delle armi»

Al DiariodelWeb.it parla il professor Enzo Pennetta, docente, saggista e portavoce del comitato referendario indipendente «Ripudia la guerra»

Fabrizio Corgnati

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Una manifestazione contro l'invio delle armi in Ucraina (© Agenzia Fotogramma)

Sondaggi alla mano, la stragrande maggioranza dei cittadini si dice contraria all’invio delle armi in Ucraina. Eppure l’intera classe politica rappresentata in parlamento continua a sostenere l’appoggio militare a Kiev. Da qui nasce l’idea: un referendum popolare per far sentire la voce degli italiani. Che «ripudia la guerra», come recita la frase dell’articolo 11 della Costituzione scelta come nome del comitato indipendente che ha dato il via a quest’iniziativa. Il DiariodelWeb.it ne ha interpellato il portavoce, il docente e saggista Enzo Pennetta.

Professor Enzo Pennetta, quali sono le ragioni politiche che vi hanno convinto a lanciare questa iniziativa referendaria?
La ragione fondamentale è una. I sondaggi, in genere molto filo-governativi, rivelano che il 70% delle persone sono contrarie all’invio di armi. Una volontà popolare che però non è rappresentata dai partiti: sia maggioranza che opposizione mantengono infatti la linea opposta. E quando le leggi non rispecchiano le posizioni della popolazione, allora si vota per abrogarle.

Come si può intervenire a livello normativo?
C’è una legge del 1990, con altre successive, che consente l’invio di armi a un Paese in guerra. Abrogando questa legge sarebbe tecnicamente impossibile mandarle. Non si tratta di un trattato internazionale, quindi la Costituzione non vieta affatto di indire un referendum su questa materia.

Chi sono gli animatori di questo comitato?
Un bel gruppo di comuni cittadini e giuristi, i cui nomi non diranno niente a nessuno. Non trattandosi di personaggi pubblici, né di movimenti o di partiti, hanno scelto di costituirsi in un comitato. Bontà loro, hanno chiesto a me di fare il portavoce per interfacciarci con l’esterno.

A che punto è il vostro iter e quali sono i prossimi passi?
I quesiti sono stati depositati in Cassazione e stiamo attivando la parte operativa, organizzando i banchetti per la raccolta firme. Dovremmo riuscire a partire per metà aprile e a chiudere per metà luglio.

Vi siete anche accordati con l’analogo comitato di Ugo Mattei.
Esattamente. Uno dei quesiti che abbiamo presentato era praticamente coincidente. Visto che puntiamo allo stesso obiettivo, sarebbe stata assurda una contrapposizione, quindi abbiamo cercato una sinergia. L’accordo prevede che il quesito in comune venga presentato da Generazioni future, mentre noi presenteremo l’altro. I banchetti saranno gli stessi per entrambi i comitati, quindi dall’esterno ci presenteremo come un’operazione unica.

Raccogliere 500 mila firme e poi raggiungere il quorum non sembra però un compito semplice. Come pensate di farcela?
Il tema è talmente importante che la motivazione dovrebbe scattare. Non si tratta di una banale decisione amministrativa, ma di un percorso pericolosissimo in base al quale, un passo alla volta, siamo sempre più coinvolti nella guerra. Ora abbiamo saputo addirittura che i militari ucraini saranno addestrati a Sabaudia. Questo le persone lo sentono, così come la crisi economica che ne consegue. Restare indifferenti è difficile.

La Consulta potrebbe comunque bocciare i quesiti.
Certo, ma l’azione politica porterebbe comunque i suoi frutti. Solamente l’annuncio sta già iniziando a smuovere i media. Se poi riusciremo ad arrivare fino in fondo, allora a maggior ragione sarebbe difficile per il parlamento ignorare un referendum così politico. I partiti si prenderebbero la responsabilità di fare il contrario?

Questa riflessione pone anche una questione di architettura istituzionale. Se la grande maggioranza degli italiani sostiene una linea, ma tutti i partiti si muovono in senso diametralmente opposto, non è proprio la democrazia rappresentativa che non funziona più?
Il problema è emerso in maniera drammatica, ma era già presente e con questa iniziativa possiamo sollevarlo. Noi viviamo in un sistema che ha stratificato una serie di vincoli esterni, sovranazionali, che su molti argomenti di fatto disattivano la democrazia. Nella stanza dei bottoni, molti sono bloccati. In questo caso il vincolo non è neppure legislativo, ma politico, dettato dalla nostra appartenenza all’Unione europea e alla Nato. La domanda è: quanto può ancora decidere davvero il parlamento?

A proposito di vincoli internazionali, un’eventuale vittoria del referendum che ricadute potrebbe avere al di fuori dell’Italia?
Imprevedibili, ma sicuramente rilevanti. L’Italia è molto più importante di quanto non si voglia far credere, come dimostra l’attenzione dedicata nei decenni al nostro Paese. Magari, se si bloccasse il meccanismo qui, ciò rappresenterebbe il pretesto per iniziative analoghe all’estero. Io non so se i tedeschi o i francesi siano molto contenti della situazione.

Una situazione che non sta evolvendo in una direzione molto rassicurante.
Anzi, è una corsa verso il disastro. Se la politica rimane quella di sconfiggere la Russia prima di trattare, rischiamo veramente tanto.

Del resto sospendere l’invio delle armi non significherebbe consegnarci mani e piedi a Putin, ma rinunciare all’obiettivo irrealistico della sua sconfitta militare.
Infatti, partiamo da un principio di realtà. Sconfiggere la prima potenza nucleare del mondo, ammesso che ci riuscissimo, significherebbe la distruzione totale. Mi sembra semplice ed evidente. Smettendo di inviare le armi si avrebbe una leva per trattare con la Russia.

In che senso?
Noi sospenderemmo l’invio delle armi, ma in cambio di un cessate il fuoco. A quel punto ci si potrebbe incontrare per capire le condizioni di una pace. Si dice che con la Russia non si tratta perché ha torto, ma la base di una trattativa è proprio quella che ognuna delle due parti ritiene di avere ragione. Se una pensasse di avere torto, darebbe ragione all’altra e finirebbe tutto lì.

Questo è il senso della diplomazia.
Non siamo in un film di cowboy, in cui ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Si cerca di arrivare a una composizione del conflitto senza massacrarsi. Sembra finanche assurdo doverlo spiegare.

Forse è meno assurdo in un momento storico in cui si è tolta ogni legittimità alle opinioni dissenzienti rispetto alla narrazione ufficiale, come è accaduto dalla pandemia alla guerra stessa.
Qui il discorso si allarga anche alla politica dell’informazione e dei social. Dove c’è libertà di parola, ma solo limitatamente a ciò che si può dire.

Sei libero di dire quello che vogliono loro.
Per esempio la censura su Twitter è venuta fuori grazie al fatto che l’ha scoperchiata Elon Musk. Questo è un altro tema ineludibile: dobbiamo decidere se tale sistema sia o meno compatibile con la democrazia. Ed è necessario usare tutti i mezzi, a maggior ragione quelli costituzionali dove possibile, per portare a galla il problema.

Attraverso questo referendum, insomma, si punta a ritrovare la centralità del popolo e in particolare di quello italiano, nel panorama internazionale.
Un argomento come questo, già importantissimo in sé, perché stiamo parlando del rischio di un coinvolgimento in guerra, è l’occasione per trascinarsi dietro una serie di altre questioni molto grosse.

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2 Commenti

1 Commento

  1. Avatar

    Laura Petretti

    21 Marzo 2023 at 7:08

    Ben venga un referendum.Anche se cercheranno in ogni modo di renderlo inutile,il popolo deve esprimere la sua opinione

  2. Avatar

    requis

    21 Marzo 2023 at 20:18

    Sì,credo che forzare la mano ponga gli italiani di fronte al dilemma. Sarà difficile distogliere lo sguardo dalla situazione reale.Vale la pena di fare quest’ultimo tentativo.

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