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Gerontonomia, i dati italiani mostrano il peso delle pensioni, non il «governo degli anziani»

Nel 2023 la spesa pensionistica italiana ha raggiunto il 15,5% del Pil, contro il 3,2% degli investimenti pubblici in capitale fisso. Il divario segnala una questione di bilancio, ma non dimostra che le preferenze elettorali degli anziani causino minori investimenti.

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Illustrazione editoriale di un gruppo di uomini anziani seduti, ispirata alla foto di riferimento, per un articolo sul peso delle pensioni e sulle priorità di bilancio.
Il peso della spesa pensionistica apre una questione sulle priorità di bilancio, ma non dimostra da solo che le preferenze degli elettori anziani determinino minori investimenti. Illustrazione generata con intelligenza artificiale. (© Diario del Web / AI)

Nel 2023 la spesa per le pensioni in Italia è stata pari al 15,5% del Pil, contro il 3,2% degli investimenti pubblici in capitale fisso. Il confronto rende evidente il peso delle pensioni nei conti pubblici, ma non prova che la spesa per gli anziani sottragga automaticamente risorse a quella per il futuro, né che a determinarla sia il voto degli elettori più anziani. È questa la distinzione decisiva per valutare la «gerontonomia», la tesi con cui il politologo Tim Vlandas descrive una possibile economia orientata alle preferenze di un elettorato che invecchia.

Il dato italiano apre una domanda legittima sulle priorità di bilancio; non è, da solo, la risposta. Per sostenere che l’invecchiamento degli elettori determini scelte politiche a danno delle generazioni più giovani servono prove diverse da un confronto fra due percentuali: bisogna ricostruire i meccanismi di spesa, seguire le decisioni nel tempo e separare il ruolo dell’età da quello di debito, crescita e regole di bilancio.

Che cosa confrontano davvero le cifre

Secondo i dati Eurostat sulla spesa pensionistica nel 2023, l’Italia registrava la quota più alta tra i Paesi dell’Unione: 15,5% del Pil, contro una media Ue del 12,3%. La statistica comprende prestazioni per vecchiaia, superstiti, invalidità e disoccupazione. Non misura quindi soltanto gli assegni di pensione di vecchiaia.

La quota del 3,2% riferita agli investimenti pubblici nello stesso anno è invece quella della formazione lorda di capitale fisso delle amministrazioni pubbliche, riportata dalla Commissione europea su dati Eurostat. Si tratta di spese per attività durevoli, non di tutte le risorse che possono incidere sulle opportunità delle nuove generazioni. Istruzione, formazione e servizi per le famiglie, per esempio, sono altre voci di spesa.

Voce Quota del Pil Anno
Spesa per pensioni 15,5% 2023
Investimenti pubblici in capitale fisso 3,2% 2023
Spesa pensionistica media nell’Unione europea 12,3% 2023

Le percentuali hanno lo stesso denominatore, il Pil, ma descrivono aggregati diversi: non sono due fondi che si dividono automaticamente le stesse risorse. Il loro scarto non quantifica denaro trasferito dagli investimenti alle pensioni e non dimostra un rapporto di causa ed effetto. Serve a inquadrare le dimensioni, non a ricostruire da solo le decisioni di spesa.

Il vincolo di bilancio è reale, ma non dimostra la tesi elettorale

Che il confronto non basti a provare la gerontonomia non significa che la pressione sui conti pubblici sia irrilevante. Nel suo esame economico sull’Italia del 2026, l’OCSE scrive che le pensioni rappresentano quasi il 30% della spesa pubblica e che la quota è sottoposta a pressioni al rialzo nel prossimo decennio. Se aumentasse ancora, afferma l’organizzazione, gli aggiustamenti richiesti potrebbero gravare proporzionalmente di più su settori in cui l’Italia spende meno rispetto ai Paesi comparabili, come sanità, istruzione e ricerca.

L’OCSE segnala inoltre spese insufficienti, a suo giudizio, in ambiti favorevoli alla crescita, fra cui istruzione, competenze e ricerca, e indica l’efficienza della spesa per investimenti fra le possibili aree di intervento. È un quadro che documenta la difficoltà di conciliare le diverse priorità con la sostenibilità dei conti. Non attribuisce però le scelte dei governi al comportamento elettorale degli anziani: il vincolo finanziario e la sua spiegazione politica sono questioni distinte.

Che cosa sostiene Vlandas con la «gerontonomia»

Nell’articolo accademico From Gerontocracy to Gerontonomia, pubblicato nel 2023, Vlandas propone una tesi di economia politica: con l’invecchiamento dell’elettorato, i governi possono avere incentivi maggiori a proteggere pensioni e contenere l’inflazione, dedicando meno attenzione agli investimenti sociali e alla crescita. Secondo l’autore, i votanti anziani tenderebbero a essere meno esposti agli effetti di disoccupazione, bassa crescita e sottoinvestimenti in istruzione o politiche familiari.

È un’ipotesi sulle preferenze e sugli incentivi politici, non la prova che ogni Paese anziano segua lo stesso percorso. Per applicarla all’Italia occorrerebbe verificare se e come le preferenze elettorali si siano tradotte in decisioni concrete, tenendo conto dei diversi tipi di spesa e delle condizioni economiche in cui quelle decisioni sono state prese.

La lettura non è priva di obiezioni. Kate Alexander-Shaw, in una critica accademica pubblicata nel 2023 che discute soprattutto il caso britannico, osserva che le evidenze sono più miste di quanto suggerisca un conflitto lineare fra giovani e anziani: gli interessi economici non si riducono facilmente all’età e le preferenze politiche sono influenzate anche da convinzioni e orientamenti che non coincidono con il semplice interesse materiale.

La domanda utile è come si formano le priorità

Per misurare la gerontonomia in Italia non basta accostare il peso delle pensioni a quello degli investimenti. Servirebbe seguire nel tempo la composizione per età dell’elettorato e le scelte di bilancio, distinguendo le pensioni dalle altre prestazioni e gli investimenti in capitale fisso dalle spese per istruzione, competenze e servizi. Bisognerebbe poi considerare fattori concorrenti come debito, crescita economica e regole fiscali, senza assumere in partenza che l’età degli elettori sia la causa delle decisioni.

La questione politica resta concreta: con risorse limitate, quali tutele finanziare e quali investimenti proteggere? I numeri Eurostat indicano il peso della spesa pensionistica; l’OCSE descrive i vincoli e i settori sotto pressione. Ma per concludere che l’Italia sia governata «per gli anziani» a scapito dei giovani servono prove sul processo decisionale, non soltanto una fotografia del bilancio. I prossimi elementi da osservare sono l’andamento delle diverse voci di spesa e le scelte effettivamente contenute nelle politiche di bilancio, non le intenzioni attribuite in blocco a una generazione.

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