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Opinioni

Giuseppe Romeo: «Il Pd di Schlein non ha nulla di sinistra, Gramsci si rivolta nella tomba»

L’analista politico e scrittore Giuseppe Romeo commenta al DiariodelWeb.it l’elezione di Elly Schlein come nuova segretaria nazionale del Partito democratico

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La neo-segretaria del Partito democratico, Elly Schlein (© Agenzia Fotogramma)

Elly Schlein è la nuova segretaria nazionale del Partito democratico: sovvertendo il voto dei circoli della fase precedente, ha battuto a sorpresa il candidato favorito Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna di cui lei stessa era stata a lungo la vice. Il successo di una politica che rappresenta appieno l’ideologia liberal, progressista, ambientalista, femminista, globalista, che potrebbe dunque preludere a una definitiva svolta nell’identità stessa della prima forza d’opposizione in parlamento. Il DiariodelWeb.it ha commentato questo risultato con l’analista politico e scrittore Giuseppe Romeo.

Giuseppe Romeo, si aspettava questo esito dalle primarie del Partito democratico?
Diciamo che non sono rimasto particolarmente sorpreso. Ma non mi avrebbe sorpreso nemmeno il risultato opposto.

In che senso?
Nel senso che credo che il problema del Pd non riguardi solo la segreteria, ma che cosa e chi questo partito vuole rappresentare. Questo è il tema principale.

E Bonaccini e Schlein chi vorrebbero rappresentare?
Francamente non vedo grandi differenze tra loro. Se non che Schlein si è dichiarata un po’ più aperta sul fronte europeista e globalista, il che per me è una contraddizione, mentre Bonaccini cercava di riproporre un partito più di sinistra. Del resto, la sua esperienza si è formata nello zoccolo duro emiliano, di cui è erede.

Ma ha ancora un senso parlare di sinistra in questo Pd?
Oggi non ci vedo tutta questa sinistra: è un partito che rappresenta ed è sostenuto dalle élite. Semmai bisognerebbe capire chi la sinistra la interpreta davvero e chi, invece, solo strumentalmente per ottenere il consenso nelle primarie. E anche sulle primarie si potrebbe discutere. Quanto queste consultazioni possono avere davvero restituito il disegno chiaro e onesto di chi ha votato per la futura segreteria?

Cosa intende dire?
Che la Schlein potrebbe aver preso voti anche dai militanti pentastellati. Magari nella speranza di trovare un lei un interlocutore per il futuro e riorganizzare un fronte giallorosso.

Forse è anche per questo che, per la prima volta, l’esito del voto aperto ha sovvertito quello dei circoli.
Poteva andare sia in un senso che nell’altro. Bonaccini era l’uomo della continuità, mentre la Schlein ha prevalso perché in lei si riconosce tanto l’elettorato più giovane quanto una fetta di quello più maturo. Quelli che hanno pensato che, se il Pd ormai non rappresenta più quello che avrebbe dovuto rappresentare, tanto valeva chiudere la partita e segnare un momento di rottura.

Una rottura che però rischia di diventare addirittura una mutazione genetica del partito.
Il processo era già in atto e viene da lontano. Del resto, il Pd cosa ha mai detto di sinistra, di popolare, in tutti questi anni? Si è limitato a utilizzarne gli ideali a uso e consumo dell’élite politica globalista, che non ha nulla a che spartire con la casalinga o il lavoratore. Questa mi pare un’evidenza.

È ciò che si sottolinea quando si dice che il Pd viene votato in maggioranza nei quartieri ricchi delle grandi città.
Non per nulla li si definisce come «radical chic». Un termine che non indica tanto l’esperienza ex radicale, quanto piuttosto una visione elitaria. Che pretende di farsi carico delle istanze dei meno fortunati per fare massa, creare consenso e consolidarsi al potere, ma senza condurre reali politiche sociali a loro favore. Lasciando invece il campo aperto alla destra.

Come si è arrivati a questa inversione totale tra destra e sinistra?
C’è una spiegazione storica. Il Pd paga il prezzo di quello che, prima di lui, i Ds, il Pds e anche il Pci non sono mai stati. L’Italia non ha mai avuto un partito socialdemocratico europeo, occidentale, che coagulasse attorno a sé la media borghesia, che facesse sintesi tra gli aspetti liberali e quelli della classe operaia. Come è avvenuto, ad esempio, in Germania.

Dunque tutto ciò che resta al Pd è sventolare il vessillo delle minoranze.
Questo mi lascia davvero perplesso. Ma capisco che, nella ricerca di un potenziale elettorato, finito il tempo del proletariato, al Pd non è rimasto altro che porsi come rappresentante di queste categorie. Che peraltro possono essere rappresentate anche dalla destra, con l’unica differenza che la sinistra ne fa un cavallo di battaglia perché non ha altri appigli a cui aggrapparsi.

In primis i migranti, su cui in questi giorni la polemica è tornata infuocata.
I democratici giocano sul monopolio delle politiche migratorie. Si fanno paladini di quel fronte solo perché è funzionale a giustificare la loro presenza, senza avere una piena, vera e sincera volontà di tutelarlo. Quando il problema, in realtà, riguarda tutti.

Pensa davvero che il nostro sia un popolo razzista?
Non credo che gli italiani siano fondamentalmente intolleranti o non provino commozione per ciò che accade. Io non ho mai visto, salvo in rarissimi casi, i miei connazionali mettere in campo manifestazioni razziste o sessiste, nemmeno nelle società più rigide come quella meridionale, da cui provengo.

Lo stesso discorso vale per il pensiero unico del politicamente corretto, altro onnipresente mantra della pseudo-sinistra di oggi.
La sinistra ha scelto la via del globalismo, in un’ottica progressista che abbatte qualunque diversità e singolarità, non solo nazionale ma anche etnico-culturale. Punta a distruggere i valori e le categorie sulle quali si è fondata la società italiana: pensiamo alla fluidità di genere. Vuole renderci tutti fruitori di una cultura pronto consumo, che prescinde da qualunque tradizione consolidata e soprattutto da qualunque critica alla narrativa dominante.

Lei scrive che, a questo punto, il Pd potrebbe anche eliminare il tricolore dal simbolo, visto che di italiano non ha più nulla.
Credo che questo sia evidente. È un partito che sposa idee certamente non italiane, anzi, un mantra democrat incompatibile con la storia e l’attualità del nostro Paese. Cancellando qualunque ricordo che richiami con dignità il nostro percorso, omologando i costumi e abbattendo qualunque diversità culturale e interesse nazionale. La loro idea di Italia è una terra di nessuno, in cui chiunque possa affermare nuovi valori senza chiederci se ci identifichiamo in essi. Francamente ciò sarebbe anche legittimo: basterebbe che lo dichiarassero.

Che cosa penserebbe Gramsci vedendo come si è ridotto il Pd oggi?
Si sta rivoltando nella tomba, ne sono assolutamente convinto. Credo che non si identificherebbe in questo partito: al contrario lo giudicherebbe un partito di destra radicale, fedele a valori iper-capitalistici e liberali. L’esatto opposto di quello che avrebbe voluto e affermato. Di fronte a un Pd del genere, avrebbe votato a destra.

2 Commenti

2 Comments

  1. Paolo

    3 Marzo 2023 at 7:34

    parole sante

  2. Alberto Tarsitani

    3 Marzo 2023 at 20:14

    Parlare del PD come un partito di sinistra è un’autocertificazione di essere totalmente digiuno di politica. Il PD da diversi lustri si è evoluto in partito neoliberista tant’è che ha abolito l’art.18 e approvato il jobs act. Del resto gli altri partiti di sinistra hanno perso la loro ideologia per fare da stampella al PD, difatti la De Petris era capogruppo del gruppo misto e sosteneva il governo Draghi. Oramai quasi tutti i principali partiti hanno aderito all’agenda 2030 e la seguono tutti pedissequamente, da destra a sinistra. Serve restituire sovranità alla nostra nazione, stiamo diventando una colonia degli Stati Uniti!

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