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Opinioni

Giuseppe Romeo: «Se gli Usa puntano solo sulla guerra si suicidano»

L’analista geopolitico e saggista Giuseppe Romeo al DiariodelWeb.it: «Per restare guida del mondo, gli Stati Uniti dovrebbero scegliere la cooperazione»

Fabrizio Corgnati

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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, con quella della Commissione europea, Ursula von der Leyen (© Fotogramma)

All’ombra della guerra tra Russia e Ucraina, che con ogni giorno che passa sembra sempre più destinata a non aver alcun vincitore, si sta consumando una crisi evidente: quella dell’Occidente. Degli Stati Uniti che vedono franare sotto i loro piedi la loro posizione egemone sul mondo e dell’Europa che ha scelto di rinunciare a qualunque politica estera autonoma e indipendente da Washington. Colpa prima di tutto della scarsa qualità delle leadership, sostiene al DiariodelWeb.it l’analista geopolitico e saggista Giuseppe Romeo.

Giuseppe Romeo, in che modo la guerra tra Russia e Ucraina sta modificando lo scacchiere geopolitico internazionale?
Le guerre sono sempre complesse e i loro risultati indeterminati. C’è solo una certezza: nessun conflitto ristabilisce esattamente lo status quo ante.

In altre parole, il mondo non sarà più quello di prima.
O non sarà come ce lo siamo prefigurato. Questo, in fondo, anche gli Stati Uniti l’hanno capito. Basta sfogliare le pagine di riviste come «Foreign Affairs» per rendersi conto di come, se all’inizio erano interventisti senza scrupoli, perché gli interessi in gioco erano importanti, ora c’è stata qualche correzione di tiro.

Sta dicendo che gli Usa stessi stanno ripensando la loro strategia?
Sì. Ci sono articoli che mettono in luce come Washington abbia corso troppo in avanti. Del resto, alcuni analisti hanno da sempre criticato l’allargamento a est dell’alleanza atlantica, prefigurandone anche i rischi. Di certo gli Usa sono ancora economicamente forti, ma anche l’economia russa tiene, perché è fortemente ancorata alle risorse energetiche e minerarie, materie prime di primo piano per la produzione tecnologica.

Quindi gli Stati Uniti finora ci hanno guadagnato dal conflitto ucraino?
La loro economia si basa prevalentemente sulle crisi internazionali: il sostegno delle attività belliche foraggia il comparto militare e industriale, che rappresenta una delle voci più importanti del Pil americano. Per immettere sul mercato nuovi sistemi d’arma c’è bisogno che gli arsenali vecchi si svuotino, come sta accadendo ai Paesi della Nato.

E allora cosa rischiano al di là dell’Atlantico?
Lo sforzo per sostenere questa crisi pesa dal punto di vista economico. Non so quanto gli Usa possano emettere biglietti verdi senza limite.

Insomma, non possono andare avanti per sempre a produrre solo armi.
La domanda è: quanto un’economia bellica soddisfa le richieste del consumatore americano? Come può creare beni e ricchezza su mercati che interessino al cittadino medio, che non sono certamente quelli militari?

Paradossalmente, se gli Stati Uniti cominciano a porsi queste domande, in Europa invece gli interventisti sembrano dominare incontrastati. Siamo più realisti del re?
L’Europa soffre di una scarsa qualità della leadership. Siamo ancora convinti che gli Usa rappresentino il nostro salvatore di ultima istanza, per cui anche se le cose dovessero andar male confidiamo nel loro aiuto. Quando battiamo cassa, il buon zio Tom risponde. Ma dobbiamo tenere conto che loro sono anche un nostro forte competitor e questa crisi è stata funzionale anche a impedire all’Europa di costruirsi come potenza politica ed economica, mettendo in ombra gli Usa.

Scatenare la guerra alle porte dell’Europa ha tolto un potenziale concorrente scomodo a Washington.
Il loro peggior incubo è quello di non essere più una potenza egemone, quindi di ritrovarsi isolati sui mercati subendo l’iniziativa altrui.

Ma, realisticamente, in un mondo in cui si stanno imponendo altre realtà come i Brics, l’egemonia unipolare americana è ancora una prospettiva sostenibile?
No. Gli americani sono bravissimi a mettersi in discussione, ma paradossalmente sono pessimi allievi delle loro stesse esperienze, forse perché sopravvive il loro spirito da cowboy senza tempo. Paul Kennedy scrisse un bellissimo libro, «Ascesa e declino delle grandi potenze», dove configurava un principio: le politiche egemoniche crescono finché, raggiunto un punto di sovradimensionamento, sono destinate a collassare.

Questo è il punto in cui si trovano oggi gli Stati Uniti?
Dipende se avranno ancora intenzione di puntare sul mantenimento della crisi, oggi in Ucraina e domani chissà dove. Ripeto, non possono pensare di difendere il dollaro, se è agganciato a un Pil che si sostiene soprattutto sulla produzione bellica. Sarebbe un suicidio.

C’è una prospettiva alternativa?
Potrebbero scegliere di dirigere una via più multilaterale. Invece di subire l’iniziativa dei Brics, diventarne promotori. Questo li porterebbe su un campo che potremmo chiamare neo-wilsoniano: una politica internazionale più cooperativa, che restituisca loro la guida del mondo. Di quest’idea dovrebbe essere animatrice anche l’Europa.

Europa che si ritrova in una posizione privilegiata per ricoprire questo ruolo. Eppure, ancora una volta, ha scelto la via della subalternità.
L’Europa è diventata un ectoplasma di quella degli inizi. Non è più votata a difendere i valori della solidarietà e del dialogo, ma è solo una struttura tecnofinanziaria, che ragiona su basi economicistiche. I conti sono importanti, ma non bastano per essere competitivi. Noi europei, se fossimo coerenti, dovremmo essere coloro che mettono al tavolo le parti in conflitto per trovare una posizione di sintesi. Questo è il ruolo che la storia assegna a una realtà geopolitica di mezzo tra gli Stati Uniti neoliberali e liberisti e le economie post-collettivistiche di Russia e Cina.

Se non ci riusciamo è colpa della leadership inadatta a cui faceva riferimento?
Mi sembra difficile che l’Europa di Macron, Scholz, Rutte e Von der Leyen possa riuscirci. I leader europei cercano di rispondere alle esigenze di mercato, pensando di fare gli interessi della loro collettività, ma così non è. E la presidente della Commissione crede di essere la traghettatrice di una nuova Europa che non si capisce dove voglia andare. In realtà non parliamo né di un’Europa delle nazioni né dei popoli.

La Ue è davvero riformabile?
Non penso che dobbiamo augurarci una sua implosione: semmai andrebbero modificati completamente i rapporti di forza politici ed economici. Possiamo dirci realmente europeisti solo se vogliamo che l’Europa abbia un peso e un’identità a livello internazionale. Non se abbiamo in testa l’Europa della Von der Leyen, della Bce, o una colonia degli Usa.

Come possiamo fare noi cittadini a dare una svolta alla crisi delle leadership?
Non è semplice. La scelta dovrebbe dipendere dalla qualità della rappresentanza, che spesso sfugge all’elettore, perché non è lui a proporre il leader ma se lo vede proposto. Ci vorrebbe più consapevolezza di ciò che vogliamo dai nostri Paesi e dall’Unione, una comunione di valori. In questo senso l’Italia è un buon laboratorio per capire come le cose non dovrebbero andare e purtroppo vanno.

Vedremo se alle prossime elezioni europee qualche forza politica metterà questo tema sul tavolo e in agenda.
A me non sembra. Vedo poca qualità e tanto appiattimento sulle indicazioni di oltre-Atlantico, perché ogni partito europeo pensa che avere il padrino americano dalla sua parte possa garantirgli la longevità della classe politica. Si continua a scegliere la strada facile: quella dell’omologazione progressiva, di un mercato completamente aperto senza tutela dei propri prodotti e dei consumatori e del consolidamento del potere delle leadership.

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