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Luca Ricolfi: «Nessuna manovra ha mai aiutato i poveri quanto quella del governo Meloni»

Il professor Luca Ricolfi, sociologo e saggista, presenta al DiariodelWeb.it il suo ultimo libro «La mutazione»: «Oggi a difendere i deboli è la destra, non più la sinistra»

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Il professor Luca Ricolfi, sociologo e saggista (© ANSA)
Il professor Luca Ricolfi, sociologo e saggista (© ANSA)

Destra e sinistra non sono più quelle di una volta. Che il Partito democratico spadroneggi nei quartieri ricchi e il centrodestra sia diventato il nuovo punto di riferimento dei ceti bassi non è una novità: ce ne si è cominciati ad accorgere almeno dai tempi in cui la Lega arringava gli operai fuori dai cancelli di Mirafiori. Ma il professor Luca Ricolfi, notissimo sociologo e saggista, si spinge ancora oltre nell’osservazione: il ribaltamento tra i due campi politici non ha riguardato solo l’elettorato, ma anche le ideologie. Tanto che oggi a battersi per la difesa dei deboli e della libertà d’espressione non sono più i progressisti, ma paradossalmente proprio i conservatori. A questo tema il professor Ricolfi (che pure si riconosce nelle posizioni della sinistra liberale) ha dedicato il suo ultimo libro, «La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra», edito da Rizzoli, che ha presentato in quest’intervista ai microfoni del DiariodelWeb.it.

Professor Luca Ricolfi, la tesi del suo libro è che la destra odierna non abbia soltanto raccolto l’elettorato della vecchia sinistra, ma anche le sue idee.
Sì, anche se bisogna dire che, nel passaggio da sinistra a destra, le idee hanno subìto delle modificazioni concettuali. Le faccio un esempio.

Prego.
La difesa dei deboli, per la sinistra, ha sempre significato difendere gli operai, specialmente quelli delle grandi o medie fabbriche. Quella della destra è un po’ diversa: è una difesa del lavoro autonomo e dei suoi dipendenti spesso precari, considerati l’anello debole della società italiana.

Un’idea che riflette anche una modificazione sociale: oggi gli operai sono paradossalmente più garantiti delle partite Iva.
È vero. I dati lo dimostrano: gli appartenenti a quella che definisco «società del rischio», difesa dalla destra, hanno un livello medio d’istruzione più basso rispetto ai membri della «società delle garanzie», difesa dalla sinistra. Ma c’è anche un altro aspetto.

Quale?
Per la destra, fa parte della difesa dei deboli anche il contrasto all’immigrazione e alla criminalità. Perché i più esposti a questi problemi sono gli abitanti delle periferie, i ceti più bassi.

Chi abita al centro storico o ai Parioli, forse, gli immigrati nel suo quartiere neanche li vede.
Infatti. Un altro esempio di come i concetti si modifichino nel passaggio da sinistra a destra è la libertà d’espressione. Storicamente la sinistra l’ha difesa soprattutto contro la censura. La destra la difende combattendo il politicamente corretto, che è diventato l’ideologia dell’establishment. E, così facendo, difende sorprendentemente anche una parte del mondo femminile.

Quale parte?
Quella che non è per niente contenta del fatto che le trans che non hanno completato la transizione da maschio a femmina si considerino donne, perché ciò comporta una serie di problemi: nelle gare sportive, nelle carceri, negli spogliatoi, nei centri antiviolenza… Ma anche, ad esempio, quella parte del femminismo che è contraria all’utero in affitto.

Quindi anche la narrazione secondo cui il femminismo sta tutto a sinistra non trova riscontro.
Esattamente. Prima delle elezioni è uscito un bell’articolo di Marina Terragni, che viene dalla sinistra, in cui lei lanciava l’idea che si potesse benissimo votare Meloni. Scegliendo, cioè, come donne, senza paraocchi ideologici.

Forse non è un caso che, negli ultimi anni, le principali esponenti femminili nelle cariche istituzionali, dalla stessa Meloni alla Casellati, vengono da destra.
Di questo non sono del tutto convinto. In passato c’è stata qualche donna rilevante a sinistra, dalla Anselmi alla Iotti alla Boldrini. Adesso, con la Meloni, la destra ha calato un pezzo da novanta. Ma, escludendo queste poche valide esponenti di punta, quelle che rimangono sono personaggi estremamente modesti, sia da una parte che dall’altra.

Torniamo alla difesa dei deboli. Presentando la legge di bilancio, in discussione alle Camere in questi giorni, Giorgia Meloni ha rivendicato che proprio questa fosse la linea scelta dal suo governo. È d’accordo?
Assolutamente. Posso elencare diversi provvedimenti a favore dei poveri, dagli aiuti per le bollette alla carta acquisti, all’aumento delle pensioni minime. Ma anche quelli contro i ricchi, come la tassa sugli extraprofitti o la mancata indicizzazione delle pensioni. Le racconto il mio caso: come docente universitario io ricevo una pensione cospicua, che questa manovra mi riduce quasi del 10%, perché l’aggiustamento all’inflazione è riservato solo ai ceti deboli. Non ricordo nella storia d’Italia un’altra manovra così spudoratamente a favore dei poveri e a sfavore dei ricchi. Tanto è vero che Confindustria è arrabbiata.

E allora perché la sinistra non è d’accordo?
Perché non viviamo in un Paese civile. Se la stampa avesse un minimo di onestà intellettuale, tutti i giornali l’avrebbero riconosciuto, anche quelli avversari. Tra l’altro la manovra ha recepito anche alcune critiche provenienti da sinistra.

A cosa si riferisce?
Si era parlato di suddividere la decontribuzione: un terzo all’impresa e due terzi al lavoratore. La sinistra aveva protestato chiedendo che fosse destinata completamente al lavoratore e così è stato. Lo stesso vale per la critica all’eliminazione dell’Iva dai generi di prima necessità, perché il latte lo comprano anche i ricchi. La misura è stata tolta e ora tutti i benefici della manovra sono condizionati al fatto di avere un Isee basso. Ma, sfortunatamente per il governo, questa semplice verità può essere capovolta usando un argomento.

Cioè?
Che effettivamente ci sono due o tre provvedimenti interpretabili come favori agli evasori: l’innalzamento dei tetti al contante e al Pos, la rottamazione delle cartelle. In parte lo sono: su questo do ragione alle critiche progressiste. Anche se bisogna sempre ricordare quello che da molti anni dice Stefano Fassina, esponente della sinistra radicale: cioè che esiste anche un’evasione di sopravvivenza.

Meloni sottolinea anche di avere rivolto un’attenzione particolare al ceto medio.
In effetti, la flat tax al 15% favorisce essenzialmente il lavoro autonomo. Ma il suo impatto macroeconomico è di poche centinaia di milioni. Il resto della manovra è fatto di oltre trenta miliardi che vanno per lo più ai ceti popolari. La conclusione mi sembra univoca.

Un altro totem della sinistra è la sua presunta superiorità culturale. Eppure, anche il concetto della cultura come mezzo di emancipazione, con il ministero dell’Istruzione e del Merito, è stato riportato in auge da questo governo.
Sì. Nel libro, che ho scritto prima delle elezioni, sostenevo che questa idea fosse «orfana». Oggi direi che la difesa della scuola come meccanismo di trasmissione culturale sta passando timidamente a destra. Ci sono dei segnali in questo senso. Premiare i «capaci e i meritevoli», come li definisce l’articolo 34 della Costituzione, significa anche alzare il livello dell’istruzione, dopo cinquant’anni passati ad abbassarlo.

Anche questo è un bel cambiamento.
Giorgia Meloni ne è molto convinta, ne abbiamo parlato diverse volte anche prima delle elezioni. E questo somiglia molto a quello che pensava Gramsci, sulla cultura come strumento d’elevazione degli strati popolari. Non dico che Fratelli d’Italia sia diventata marxista, ma è più vicina lei al pensiero gramsciano di quanto lo sia questo Pd.

Nel periodo del totoministri si era parlato proprio di lei come papabile per il dicastero dell’Istruzione. Solo un’invenzione giornalistica?
Nella prima fase sì. Poi, in effetti, Giorgia Meloni mi ha prospettato l’eventualità. La richiesta non mi ha stupito, perché sulla scuola ho lavorato molto, ho partecipato alle convention di Fratelli d’Italia, da otto anni dialogo con la Meloni e tra di noi c’è stima reciproca. Semmai, mi ha stupito che non mi conoscesse abbastanza da sapere che non avrei potuto accettare.

Come mai ha rifiutato?
Non certo per una pregiudiziale ideologica. Ho rinunciato innanzitutto perché voglio restare libero di dire quello che mi pare, senza le preoccupazioni dei politici. Ma soprattutto perché non penso di essere all’altezza di fare il ministro. Resto dell’idea che se tutti facessimo solo ciò che siamo in grado di fare bene, l’Italia andrebbe meglio.

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