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Opinioni

Matteo Zola: «Russia unica responsabile della guerra. Ma anche l’Occidente ha commesso errori»

Matteo Zola, direttore di East Journal e autore del libro «Ucraina alle radici della guerra», spiega al DiariodelWeb.it le ragioni storiche che hanno portato all’invasione russa

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Il Presidente russo, Vladimir Putin
Il presidente della Russia, Vladimir Putin (© Ansa)

C’è chi racconta la guerra in Ucraina come l’invasione, folle quanto estemporanea, decisa unilateralmente da Vladimir Putin. E c’è chi, invece, vede il presidente della Federazione russa come un liberatore dei territori russofoni che avrebbero chiesto disperatamente l’affrancamento da Kiev. Due opposte narrazioni, due opposte propagande che aiutano forse a rinsaldare le reciproche convinzioni dei fronti avversari, ma non a spiegare la verità sulle ragioni profonde che hanno portato al conflitto. A fare chiarezza ci prova Matteo Zola, direttore responsabile del quotidiano online East Journal e collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso e Ispi, nel suo saggio «Ucraina alle radici della guerra», edito da Paesi edizioni. Ecco cosa ha raccontato al DiariodelWeb.it.

Matteo Zola, quali sono, per riprendere il sottotitolo del suo libro, «i perché dell’invasione russa»?
Per raccontarli dobbiamo cercare di ricostruire gli ultimi trent’anni. In Russia, nelle relazioni tra Russia e Ucraina, ma anche tra Russia e Nato.

Anche in questo caso non esistono spiegazioni facili e univoche.
Se vogliamo uscire dalla retorica del Putin folle che improvvisa una guerra, o del Putin liberatore come viene dipinto in patria, dobbiamo capire se Mosca si è mossa in maniera irrazionale, o se ha una logica nelle azioni che compie in tema di relazioni internazionali.

E qual è la risposta?
Secondo me c’è un punto di partenza: la fine dell’Unione sovietica. E la mancata ricostruzione di un quadro di sicurezza europeo. Che non è avvenuta né da parte atlantica, né da parte russa. Io vedo una corresponsabilità: non aver garantito all’Europa, uscita dalla guerra fredda, una cornice sicura. Che, ovviamente, non poteva che includere la Russia.

Quindi l’Occidente ha sottovalutato o ha volutamente tagliato fuori la Russia perché, essendo vincitore, voleva imporre le sue condizioni?
Direi la seconda risposta. Ci sono stati due momenti di rottura. Il primo: quando la Nato, invece di puntare alla costruzione di un’architettura di sicurezza europea, decide per l’allargamento a Est. Che io non demonizzo, sia chiaro.

Ma perché lo ritieni un momento di rottura?
È stato compiuto nell’ottica di reintegrare Paesi che si sono sentiti esclusi dal comune orizzonte occidentale, su richiesta stessa delle loro élite e popolazioni. Ma ha escluso la Russia da una vera possibilità di collaborazione con la Nato.

E il secondo momento?
Il Kosovo e la guerra alla Serbia. Che avvenne nel momento in cui la Russia e l’Ucraina avevano già partecipato a missioni di sicurezza nei Balcani. Mosca fu del tutto estromessa dalla decisione, unicamente atlantica senza alcun avallo Onu. Addirittura esisteva un piano di collaborazione Russia-Nato che fu messo in pausa per un anno proprio dopo il bombardamento di Belgrado. Da lì si ripartì con molta difficoltà. E l’anno dopo arrivò Putin.

Il paragone sarà storicamente ardito, ma mi viene in mente il trattamento subìto dalla Germania dopo la prima guerra mondiale, che portò alla salita al potere di Hitler. Possibile che non si sia capito niente?
Putin proveniva da un establishment politico che si riteneva in continuità con quello di Eltsin. Non era percepito come una minaccia. Il problema è che, già negli anni di Eltsin, in Russia si è avviato un lento processo di rimodulazione della propria identità politica, di recupero di alcuni elementi simbolici nazionali. Che Putin prosegue e approfondisce.

Insomma, una nuova veste per la Russia dopo il crollo dell’ideologia comunista.
Esatto. Lei ha ragione a dire che non abbiamo capito niente: è che Putin non si era proposto così.

Era pur sempre un ex Kgb, quindi non certo uno sprovveduto.
Questo è vero, ma anche ai tempi di Eltsin tanti uomini provenivano dagli apparati di sicurezza. In quel momento rappresentava una sorta di garanzia di continuità con il passato, cioè proprio ciò che interessava all’Occidente. Che era molto spaventato dal crollo dell’Urss e cercava riferimenti per evitare instabilità e frammentazione.

Dunque, tornando al nostro quesito iniziale, Putin non è un pazzo.
Non lo è. Anzi, persegue obiettivi che, dal punto di vista russo, hanno una logica. Ovviamente non è nemmeno un liberatore, ma questo non lo credono né l’Occidente né le popolazioni ucraine russofone. Forse lo crede una parte dell’opinione pubblica russa, ma in virtù di anni di indottrinamento e propaganda.

Non è un pazzo, non è un liberatore, ma forse deve diventare un nostro interlocutore, pur nella condanna dell’invasione, se ci teniamo alla pace e alla ricerca di quell’architettura di sicurezza a lungo rimandata.
Dipende dall’approccio. Quello più realistico sostiene che sarà necessario riconoscere l’interlocutore. Ma questo è reso molto difficile dalla dichiarazione della Russia come Stato terrorista da parte dell’Unione europea, dalle accuse di crimini di guerra… Mi sembra che la distanza sia molta, in questo momento, per arrivare a un reciproco riconoscimento delle parti in causa. Che è la premessa per un negoziato con queste figure e questi ordinamenti al potere.

Ci si potrebbe arrivare dopo un’eventuale caduta di Putin?
Alla fine della guerra bisognerà capire quale sarà la situazione in Russia e chi governerà. Io credo che sarà necessario, se non obbligatorio, coinvolgere Mosca nella ricostruzione di un sistema di sicurezza in Europa. Che i russi siano stati sconfitti o meno, anche se al limite possono pareggiare.

In questo momento non si può coinvolgerli, invece?
Mi sembra dura nell’immediato. Non perché c’è Putin, ma perché è difficile trovare un punto di caduta comune. Magari tra un anno le cose saranno diverse. Penso che il realismo alla fine avrà la meglio rispetto alle dichiarazioni, anche roboanti, dell’Ucraina che afferma che non si fermeranno finché non avranno ricacciato i russi dal loro territorio. Può darsi che ci riescano, che l’Occidente voglia spingersi fino a lì, può darsi di no.

Ma nessuno è disposto a compiere un passo verso la parte avversaria.
Per dialogare con Putin si dovrebbe riconoscerne il potere e le rivendicazioni. E viceversa, dal canto suo, dovrebbe fare il Cremlino. Farlo significherebbe riconoscere implicitamente che il territorio ucraino sarà soggetto a un’autorità russa. E poi c’è il diritto internazionale: non si possono creare nuovi Stati con nuovi confini. L’Occidente vuole evitare a tutti i costi lo smembramento dell’Ucraina, che sarebbe un precedente folle.

Se l’Occidente è stato corresponsabile della precipitazione verso il conflitto, non dovrebbe rendersi corresponsabile anche della pacificazione?
Sì e no. Chiaramente le parti in causa dovranno sistemare le cose, in un modo o nell’altro. Ma attenzione: un conto è dire che trent’anni fa si potevano prendere scelte diverse. Un altro che ciò che si è fatto trent’anni fa sia causa diretta della decisione russa di attaccare.

Cosa intende?
Che la Russia ha optato per l’aggressione militare anche in virtù di altri fatti avvenuti nel frattempo. E che la responsabilità ultima è di chi spara per primo. La Russia è l’unica responsabile di questo conflitto.

3 Commenti

3 Comments

  1. Vincenzo

    16 Dicembre 2022 at 15:09

    insomma, analisi che, seppur ristretta in poche battute non dice pressocchè niente.

    • Robby

      16 Dicembre 2022 at 19:28

      Quanto esposto era corretto fino alla confessione della Merkel:
      “Gli accordi di Minsk furono un pretesto per consentire il riarmo e la preparazione militare dell’Ukraina. Da parte occidentale non c’era la intenzione di osservarli già lo stesso giorno della firma”
      Parole pesanti come il piombo.
      Questo fu il piombo sparato per primo. Nel 2014.

  2. Niko

    16 Dicembre 2022 at 16:29

    Mi dispiace ma questo signore che crede di avere la conoscenza in mano sbaglia a 360 gradi. Il sottoscritto sa bene quanto le popolazioni del Donbass hanno richiesto dal 2014 ad oggi l intervento Russo contro il golpe a Kiev organizzato dalla occidente, dove una violenta pulizia etnica era iniziata. Non mi dilungo, ma sarebbe meglio informarsi da gente che sa veramente ed ha toccato con mano e non da personaggi da salotto.

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