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Economia

Tassi Usa, incertezza sui mercati

I dati positivi sui posti di lavoro negli Stati Uniti dimostrano la tenuta dell’economia americana di fronte ai ritocchi sui tassi d’interesse da parte della Fed. E questo, insieme all’inflazione, crea un certo nervosismo nelle Borse. In Italia, buona performance di Btp e obbligazioni

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Banconote Dollari (© Pixabay)
Banconote Dollari (© Pixabay)

La settimana dei mercati è partita con qualche incertezza. A rendere gli indici nervosi sono soprattutto le notizie provenienti dagli Stati Uniti, dove l’inflazione si combina con i dati “troppo” positivi sul mercato del lavoro (a novembre, +263.000 nuovi posti contro i 200.000 previsti). Il motivo per cui questi numeri influenzano negativamente le Borse è chiaro: le cifre mostrano che gli Usa possono tollerare nuovi aumenti dei tassi di interesse senza contraccolpi per l’economia reale. Il fenomeno è visto come un via libera agli aumenti dei tassi, che ça va sans dire non piacciono ai mercati.

Le indecisioni dei mercati sono, dunque, un “discorso americano” e sono legati ai nuovi aumenti che saranno decisi dalla Fed: a dimostrarlo è il calo maggiore dei mercati Usa (-1,70%) rispetto a quelli europei (-0,50%), che evidentemente hanno tenuto nonostante i dati negativi sull’inflazione, diffusi venerdì scorso.

L’exploit dei Btp

In Europa prosegue invece il ritorno dell’obbligazionario: in particolare in Italia i bond hanno invertito la rotta, con i rendimenti adesso in discesa. I Btp hanno superato il 4% prima delle elezioni, per poi attestarsi sul 3,75%. È fin troppo chiaro che la dinamica dei buoni del tesoro, che ha portato gli spread sotto quota 190, non è né merito, né demerito del governo, ma è assolutamente indipendente dall’azione dell’esecutivo e dalla sua manovra finanziaria. Che – lo avevamo più volte anticipato – è in gran parte “blindata”, poiché deve destreggiarsi negli stretti margini di autonomia lasciati dall’Europa.

Il gas torna su

A preoccupare, invece, è l’aumento del prezzo del gas, a cui ha fatto da contraltare la nuova, bizzarra trovata delle autorità comunitarie. Secondo gli ultimi orientamenti, per fronteggiare il caro-bollette, l’Ue ammetterebbe aiuto di stato alle imprese, ma solo ai paesi che se lo possano permettere. Detto in parole povere, Germania e Francia sì, Italia no. Una misura che, se prendesse davvero corpo, sarebbe in palese contrasto con i principi europei di solidarietà.

E il petrolio…

Il petrolio, invece, resta abbastanza stabile: attualmente il prezzo si muove tra 75 e 85 dollari al barile. Sì è dunque rapidamente raffreddato il mini-picco del 5 dicembre, con il Brent a un passo da quota 90, aumento causato dalle notizie sull’allentamento delle restrizioni Covid in Cina, ma soprattutto dalla ricostituzione delle riserve strategiche americane.

Rispetto al mese scorso, in ogni caso, la situazione è più favorevole, perché il dollaro ha ripreso a calare (non solo sulla nostra moneta: il biglietto verde ha infatti raggiunto i minimi degli ultimi tre mesi rispetto allo yen). Un euro meno debole significa prezzi più favorevoli di gas e petrolio, che sono quotati in dollari.

L’indebolimento della valuta americana ha anche contribuito a rilanciare l’oro, tornato al valore più congruo di 1.800 dollari l’oncia. A influenzare il trend positivo anche un rimbalzo su tutti gli asset, comprese le criptovalute.

Blog Bce duro con i bitcoin

A proposito di criptovalute, ha fatto scalpore un articolo dal titolo emblematico (Bitcoin’s last stand) apparso lo scorso 30 novembre sul blog della Bce. I due autori – Ulrich Bindseil, direttore generale della divisione Infrastruttura di mercato e pagamenti e Jürgen Schaaf, consulente) hanno bollato l’attuale rimbalzo dei bitcoin come “un ultimo sussulto” vissuto dalla moneta virtuale “prima di avviarsi all’irrilevanza”. Un giudizio molto netto che si discosta dai toni usuali del blog Bce, solitamente paludati.

Niente di nuovo sotto al sole, verrebbe da dire. Già tre o quattro anni fa, i banchieri centrali si esprimevano negativamente nei confronti delle crypto; in seguito si è verificato un improvviso innamoramento per questi asset, ma ora tutto è tornato come prima. Eppure, lo strumento è sempre stato opaco e ad alto rischio, e ora sta trascinando nelle sabbie mobili molti investitori e persino stati sovrani.

Parliamo di El Salvador, primo paese al mondo ad adottare il bitcoin come valuta nazionale (insieme al dollaro) e ora a un passo del default. Il presidente Nayib Bukele ha buttato acqua sul fuoco, garantendo che l’esperimento va avanti, e che lui stesso acquisterà un bitcoin al giorno; tuttavia, la catastrofica perdita di valore della più importante moneta virtuale ha un impatto devastante sulle casse di un paese con un ingente debito pubblico.

Debito che – a quanto sembra – sarà acquistato dalla Cina, nell’ambito di un accordo di libero scambio che presumibilmente porterà San Salvador nell’orbita di Pechino. Perché in economia (come in politica) nessuno fa niente per niente.

Auto elettriche, Svizzera verso lo stop?

Non sarà solo El Salvador a legarsi mani e piedi ai cinesi. Senza neppure la fatica di comprarsi i nostri debiti pubblici, Pechino aumenterà inevitabilmente la sua influenza sull’Europa dal momento in cui il nostro continente smetterà di produrre automobili endotermiche, virando su quelle elettriche. Se n’è accorta persino l’Ue, grande motore della transizione verso le e-cars, che ha dovuto ammettere l’assenza di tecnologia e di imprese europee specializzate in questo campo.

Nel mentre, dalla Svizzera arriva una notizia che ha del clamoroso: la Confederazione starebbe per annunciare l’alt alle auto elettriche in tutto il suo territorio. La misura sarebbe introdotta con un pacchetto di norme per limitare il consumo di energia da Basilea a Chiasso: con gli attuali costi, un pieno con l’auto elettrica inizia a costare persino di più che un rifornimento di benzina. Anche in un paese come la Svizzera che non ha ridotto le accise di un centesimo, con annessa crisi dei distributori di confine.

Il progetto, pur temporaneo, accende un faro sull’inconsistenza delle decisioni Ue (di cui la Svizzera non fa parte, pur essendone inevitabilmente influenzata): come abbiamo ripetuto più volte, la conversione all’elettrico che si completerà nel 2035 è una decisione miope. Piuttosto, occorrerebbe puntare sulle auto a idrogeno, finanziando la ricerca e gli investimenti in un settore veramente ecologico ed economico.

Torna lo Stato in economia

In Italia ha fatto scalpore l’intervista dell’HuffPost ad Alberto Clò. Il ministro dell’industria del governo Dini ha dichiarato che, dopo l’ubriacatura neoliberista, lo stato sta tornando nell’economia.

Se ciò fosse vero (e i segnali ci sono tutti – da Tim, a Priolo, alle autostrade) le dinamiche di intervento pubblico dovranno essere del tutto differenti di quelle che abbiamo sperimentato fino a metà degli anni Novanta. In quel periodo, le partecipazioni statali non erano altro che un modo illecito di finanziare i partiti e arricchire vari manager pubblici lottizzati. D’altra parte, anche le privatizzazioni a tappeto che hanno contraddistinto gli anni Novanta non hanno giovato al consumatore – a parte l’apertura al mercato della telefonia, unica operazione di questo tipo a rivelarsi conveniente per l’utenza. Per il resto, si è passati da monopoli pubblici a monopoli privati, spesso svenduti e ancora più spesso fonte di arricchimento da parte delle grandi imprese, anche a costo della stessa sicurezza dei cittadini.

Per questo motivo, è lecito vedere con favore il ritorno di alcune infrastrutture sotto il controllo dello Stato, soprattutto se queste sono strategiche per il paese. Se un’azienda pubblica è gestita bene, dà ottimi risultati: basti pensare che Eni ed Enel, in cui lo Stato detiene solo il 30% (con la golden share) macinano utili. Che si riversano anche nei forzieri delle casse pubbliche.

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