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Economia & Lavoro

Welfare, quattro Nobel a Torino chiedono un nuovo patto: giovani e lavoro al centro

Card, Mokyr, Robinson e Roth chiudono il Festival dell’Economia. Per l’Italia la sfida è sostenere pensioni e assistenza senza sacrificare formazione e nuove generazioni.

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Una giovane con libri, un lavoratore e una donna anziana davanti al profilo di Torino, tra simboli di istruzione, sanità e pensioni.
Il welfare italiano tra generazioni e lavoro

Difendere il welfare cambiandone il funzionamento, non limitandosi a conservarne la spesa. È l’indicazione emersa il 25 ottobre 2026 a Torino dal confronto conclusivo del Festival Internazionale dell’Economia tra i premi Nobel David Card, Joel Mokyr, James A. Robinson e Alvin Roth, con il direttore scientifico Tito Boeri. Investimenti sui giovani, amministrazione più efficiente e riqualificazione dei lavoratori sono le direttrici discusse: proposte, non decisioni del governo.

Per l’Italia il punto concreto è come finanziare pensioni, sanità e assistenza mentre cambia il rapporto tra generazioni. I dati demografici aiutano a distinguere questa pressione strutturale dall’idea, non dimostrata dal dibattito, di un imminente collasso dello stato sociale.

La pressione italiana, prima delle nuove emergenze

Secondo le stime Istat al 1° gennaio 2026, le persone con almeno 65 anni rappresentano il 25,1% della popolazione. Quelle tra 15 e 64 anni sono il 63,2%: una fascia anagrafica che non coincide con gli occupati né con chi versa contributi.

La struttura della popolazione italiana al 1° gennaio 2026: stime Istat
Fascia di età Residenti Quota sul totale
0-14 anni 6 milioni 852mila 11,6%
15-64 anni 37 milioni 270mila 63,2%
65 anni e più 14 milioni 821mila 25,1%

Le nuove previsioni Istat, nello scenario mediano, portano la quota degli ultrasessantacinquenni al 34,5% nel 2050 e quella dei 15-64enni al 55,3%. Sono proiezioni, non risultati già acquisiti: dipendono dalle ipotesi demografiche. Indicano però perché pensioni e servizi sociosanitari vadano considerati insieme alla capacità di creare occupazione.

L’aumento dei grandi anziani, sottolinea l’Istat, pone una sfida specifica all’organizzazione dell’assistenza. Non conta soltanto quanto si spende, dunque, ma quali servizi saranno disponibili e con quale distribuzione sul territorio.

Un patto sociale, non una ricetta unica

Nel confronto torinese Card ha invitato a leggere istruzione, sanità, pensioni e sostegno alla povertà come parti dello stesso sistema. Robinson ha posto il problema del consenso necessario a cambiarlo preservandone le conquiste; Roth ha richiamato il legame tra politica, mercati e fiducia sociale.

Mokyr ha aggiunto alla tensione demografica le risorse richieste dalla difesa e dagli investimenti climatici. La sua domanda è esplicita: «La vera domanda è se lo stato sociale, nella sua forma attuale, sia sostenibile».

La conseguenza, sul piano dell’analisi, è che proteggere una singola voce di bilancio non basta a proteggere l’intero welfare. Se formazione e ingresso nel lavoro fossero sacrificati per coprire soltanto i bisogni presenti, si rischierebbe di indebolire la base economica chiamata a sostenerli in futuro.

Giovani e riqualificazione: che cosa propongono

Boeri ha indicato nell’efficienza della pubblica amministrazione uno spazio di intervento anche senza grandi riforme. Ha inoltre proposto di considerare il welfare come investimento di lungo periodo sui giovani. Nel bilancio del Festival compare anche l’idea di una dote ai bambini come avvio di un percorso previdenziale: non una misura nazionale annunciata.

Sul lavoro, Boeri ha prospettato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per individuare le occupazioni esposte al cambiamento e orientare formazione e riqualificazione verso le esigenze dei datori di lavoro. È un obiettivo operativo, non la dimostrazione che questi strumenti producano già risparmi o ricollocazioni efficaci.

Resta aperto il passaggio dalle indicazioni alle misure finanziate. Il confronto non consegna un programma comune con costi, coperture e tempi di attuazione. Per valutare eventuali interventi servirà verificare separatamente quante persone raggiungono, quali servizi migliorano e se la formazione si traduce in nuove opportunità occupazionali.

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