Asia
Taiwan chiude la rappresentanza in Papua Nuova Guinea e ferma gli aiuti
Taipei ordina il ritiro immediato del personale e interrompe gli aiuti. Sul gas conferma lo stop agli acquisti spot, ma non annuncia la cancellazione di contratti a lungo termine.
Taiwan ha deciso di chiudere la propria rappresentanza in Papua Nuova Guinea, ritirare immediatamente il personale e interrompere i programmi di cooperazione e assistenza. L’annuncio del 6 novembre 2026 trasforma in una decisione operativa la crisi aperta in estate: Taipei ferma anche i nuovi acquisti di gas naturale liquefatto (LNG) sul mercato spot, già sospesi a luglio, ma non annuncia la cancellazione di eventuali accordi di fornitura a lungo termine.
Nel comunicato ufficiale del ministero degli Esteri taiwanese, la chiusura viene presentata come una scelta di Taipei, presa dopo nuove richieste di Port Moresby perché il personale lasciasse il Paese entro una scadenza. Il ministero afferma che l’ordine è di ritirare subito i funzionari e cessare l’attività della sede. Accusa inoltre Pechino di esercitare pressioni politiche ed economiche: è la ricostruzione di Taipei, contestata in precedenza dal governo papuano.
Dalla richiesta di chiusura al ritiro deciso da Taipei
La crisi ha avuto diverse tappe, che distinguono l’annuncio papuano di luglio dalle misure adottate ora da Taiwan.
| Data | Passaggio |
|---|---|
| 16 luglio 2026 | Il ministro degli Esteri papuano Justin Tkatchenko annuncia la chiusura della rappresentanza taiwanese. La sede, tuttavia, resta operativa nelle settimane successive. |
| 22 luglio 2026 | Il premier James Marape ribadisce che la politica «Una sola Cina» è una decisione sovrana del suo Paese e respinge le accuse di coercizione. |
| 28 luglio 2026 | Taiwan annuncia la sospensione degli acquisti spot di LNG dalla Papua Nuova Guinea, mantenendo allora in vigore i programmi di assistenza. |
| 5 novembre 2026 | Marape riafferma la politica «Una sola Cina» durante un incontro con Chen Xiaodong, presidente dell’Agenzia cinese per la cooperazione internazionale allo sviluppo, e chiede di rafforzare i rapporti economici con Pechino. |
| 6 novembre 2026 | Taiwan decide la chiusura della rappresentanza, il ritiro immediato dei funzionari e la fine della cooperazione e degli aiuti. |
La cronologia è ricostruita sulla base dei resoconti di Focus Taiwan, servizio della Central News Agency, e delle dichiarazioni dei governi taiwanese e papuano. Prima dell’annuncio di novembre, Taipei aveva continuato a operare nella capitale Port Moresby nonostante la richiesta di chiusura comunicata a luglio.
La fine dei programmi riguarda, secondo il ministero taiwanese, missioni tecniche e mediche, borse di studio e attività di formazione. La sorte delle iniziative già avviate dovrà essere gestita nel quadro del ritiro: il comunicato afferma che Taipei provvederà agli adempimenti relativi ai progetti esistenti e alla sicurezza del proprio personale, senza specificare una data entro cui la chiusura materiale della sede sarà completata.
Gas: stop ai nuovi acquisti spot, non annuncio di cancellazione dei contratti
Taipei dichiara che gli acquisti di LNG sul mercato spot sono già stati fermati e che non firmerà nuovi contratti di questo tipo. Per il primo semestre del 2026 erano stati programmati circa 500 mila tonnellate: è una previsione riferita a un periodo già trascorso, non una nuova fornitura da cancellare.
Gli acquisti spot sono distinti dagli accordi di fornitura a lungo termine. A luglio Focus Taiwan riferì che Taiwan intendeva sospendere quelli spot mentre restava in vigore un contratto annuale di 1,2 milioni di tonnellate con il fornitore ExxonMobil. Il ministero non annuncia ora la cessazione di contratti a lungo termine, ma le fonti consultate non permettono di stabilire se quell’accordo sia ancora in vigore né quanta parte delle forniture contrattuali provenga dalla Papua Nuova Guinea.
Secondo il ministero taiwanese, gli acquisti dell’isola rappresentano circa un terzo delle esportazioni papuane di LNG. Taipei prevede che la modifica della propria politica di approvvigionamento abbia conseguenze sulle esportazioni e sulle entrate in valuta estera della Papua Nuova Guinea. Il dato e la previsione sono attribuiti al governo taiwanese: le fonti consultate non offrono una verifica indipendente né una stima dell’impatto economico effettivo.
Taiwan sostiene di aver valutato il proprio fabbisogno, riorganizzato gli acquisti e trovato forniture alternative per mantenere stabile l’approvvigionamento. Questa è la valutazione del ministero; la comunicazione non fornisce dettagli sui nuovi fornitori o sui volumi trasferiti.
La posizione papuana e le accuse su Pechino
Il governo della Papua Nuova Guinea riconosce la Repubblica Popolare Cinese e ribadisce la politica «Una sola Cina». Marape ha affermato che questa linea viene mantenuta dal 1976 e che deriva dalle scelte sovrane e dagli interessi nazionali del Paese. Il 22 luglio aveva respinto esplicitamente le accuse secondo cui la decisione fosse stata imposta da pressioni esterne.
Il 5 novembre, il giorno prima dell’annuncio taiwanese, il premier ha nuovamente confermato l’impegno verso Pechino e auspicato maggiori relazioni economiche, commerciali e d’investimento. Il suo governo, quindi, ha rivendicato la propria autonomia diplomatica e al tempo stesso ha dichiarato l’intenzione di approfondire i rapporti con la Cina. Questo contesto non dimostra, da solo, che la scelta di chiudere la rappresentanza sia stata imposta da Pechino.
Le fonti consultate non riportano una replica pubblica di Port Moresby all’annuncio di Taipei del 6 novembre. Resta inoltre da chiarire quando sarà completata la chiusura della sede e quale sarà l’effetto concreto dello stop agli acquisti spot sulle esportazioni papuane. Per ora, la decisione taiwanese è immediata sul piano diplomatico e dei programmi di cooperazione; sul gas riguarda i nuovi acquisti spot e non equivale, sulla base degli annunci disponibili, alla cancellazione dei contratti di lungo periodo.
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