Europa
Orbán all’Onu, il nome circola ma non c’è una candidatura ufficiale
Il Wall Street Journal riferisce di contatti statunitensi e di un possibile sostegno russo e cinese, non confermati dai governi. La procedura richiede però che uno Stato presenti formalmente il candidato: al 27 ottobre Orbán non figura nella lista dell’Onu.
Viktor Orbán è stato indicato dalla stampa come possibile candidato alla successione di António Guterres, ma al 27 ottobre 2026 non risulta una candidatura ufficiale. Il Wall Street Journal ha riferito il 25 ottobre di contatti dell’amministrazione statunitense per sondare l’ex premier ungherese e di un possibile sostegno di Russia e Cina. La ricostruzione, basata su fonti non nominate, non equivale a un annuncio dei governi né a un’intesa pubblica: la lista ufficiale delle Nazioni Unite non include Orbán.
Perché il nome entri nella selezione serve un passaggio concreto: uno Stato membro, o un gruppo di Stati, deve presentarlo formalmente. Solo dopo si apre il percorso che porta il Consiglio di sicurezza a raccomandare un candidato all’Assemblea generale. La distinzione è decisiva: per ora si parla di un retroscena diplomatico, non di una candidatura depositata.
Che cosa è stato riferito e che cosa hanno detto i governi
Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal ripresa da Euronews il 26 ottobre, funzionari statunitensi avrebbero sondato Orbán e valutato l’ipotesi di una candidatura sostenuta anche da Mosca e Pechino. La Casa Bianca e la Cina non hanno confermato l’informazione; Euronews ha riferito che il portavoce di Orbán non aveva ancora risposto. Il presunto sostegno dei tre Paesi resta dunque attribuito a fonti anonime, non una posizione pubblica verificata.
Il 26 ottobre il viceministro degli Esteri russo Aleksandr Alimov ha detto a Interfax che la candidatura di Orbán non era stata discussa in Consiglio di sicurezza. Ha aggiunto che Stati Uniti, Russia e Cina non lo avrebbero presentato direttamente e che, se il retroscena fosse fondato, dovrebbe esserci uno Stato proponente. Le dichiarazioni di Alimov riportate da Interfax non confermano però un sostegno russo: il viceministro ha detto di aver letto le notizie, non di aver discusso una candidatura con Mosca.
Va precisato un punto procedurale: la regola dell’Onu prevede la candidatura da parte di uno o più Stati membri, ma non vieta agli Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza di presentare un nome nella loro veste nazionale. La dichiarazione di Alimov descrive la scelta politica che attribuisce a Washington, Mosca e Pechino di non farlo direttamente; non una preclusione prevista dalla Carta. Presentare un candidato e sostenerlo nella fase successiva sono passaggi distinti.
Come si arriva alla nomina del segretario generale
La procedura, avviata nel novembre 2025, è scandita da passaggi diversi. La pagina ufficiale della selezione raccoglie candidature, documenti e aggiornamenti; la regola stabilisce che uno Stato membro o un gruppo di Stati presenti il candidato con una lettera, una dichiarazione programmatica e un curriculum.
| Fase | Chi interviene | Che cosa accade |
|---|---|---|
| Presentazione | Uno Stato o un gruppo di Stati membri | Trasmette formalmente la candidatura ai presidenti dell’Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza. |
| Dialoghi e consultazioni | Candidati, Stati membri e organi dell’Onu | I candidati partecipano a dialoghi pubblici; il Consiglio esamina le candidature in consultazioni riservate e votazioni informali. |
| Raccomandazione | Consiglio di sicurezza | Indica un candidato all’Assemblea generale; servono almeno nove voti su quindici e l’assenza di un veto di un membro permanente. |
| Nomina | Assemblea generale | Nomina il segretario generale su raccomandazione del Consiglio, con voto segreto in riunione privata. |
La base è l’articolo 97 della Carta delle Nazioni Unite: il Consiglio raccomanda, l’Assemblea nomina. Per le decisioni sostanziali del Consiglio, l’articolo 27 della Carta richiede nove voti favorevoli e il consenso dei membri permanenti; un voto contrario di uno di loro blocca la raccomandazione. I cinque permanenti sono Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Un eventuale sostegno di Washington, Mosca e Pechino sarebbe quindi politicamente rilevante, ma non assicurerebbe né i nove voti né l’assenza di un veto francese o britannico.
Le votazioni informali, dette straw poll, aiutano il Consiglio a misurare il sostegno ai candidati, ma si svolgono a porte chiuse e i risultati non vengono pubblicati ufficialmente. L’ultimo voto di cui è stato riferito pubblicamente risale al 16 ottobre: secondo l’Associated Press, nessuno dei sette candidati allora esaminati aveva il sostegno di tutti e cinque i membri permanenti. L’agenzia ha riferito anche che i tre nomi in testa avevano ricevuto due voti contrari ciascuno da membri permanenti, sulla base di informazioni fornite da diplomatici anonimi. Il resoconto dell’AP sul voto fotografa quella fase della selezione, non un risultato aggiornato dopo le candidature e i ritiri successivi. Il 23 ottobre il portavoce della presidenza dell’Assemblea generale ha detto che si attendeva un altro voto informale, senza indicarne la data.
La lista è cambiata, ma Orbán non vi compare
Tra gli aggiornamenti ufficiali più recenti figura la candidatura di Lana Zaki Nusseibeh, presentata dagli Emirati Arabi Uniti il 21 ottobre. Il 23 ottobre il portavoce dell’Assemblea generale ha confermato che la sua candidatura era stata trasmessa agli Stati membri; il 27 ottobre era previsto un dialogo con lei. La stessa pagina dell’Onu che registra la candidatura non riporta Orbán. La lista può ancora cambiare: la procedura consente agli Stati di presentare nomi anche nelle fasi successive, ma fino a una comunicazione formale l’ex premier ungherese resta fuori dalla competizione ufficiale.
La successione è prevista per la fine del mandato di Guterres, il 31 dicembre 2026. Orbán ha lasciato il governo dopo la sconfitta elettorale di aprile, che ha posto fine a sedici anni consecutivi al potere, secondo Euronews. Il suo passaggio da capo di governo a possibile candidato internazionale è però, al momento, soltanto uno scenario riportato dalla stampa: non risultano né una sua accettazione pubblica né uno Stato che abbia depositato la candidatura.
Una consuetudine regionale e le prime obiezioni
La rotazione geografica è una prassi politica, non una regola che esclude candidati di altre regioni. Nel 2026 molti diplomatici hanno indicato l’America Latina e i Caraibi come area cui spetterebbe il turno; anche Alimov ha richiamato questa consuetudine, dicendosi disposto a valutare altre opzioni se quelle regionali non fossero praticabili. Orbán, europeo, non sarebbe in linea con quella prassi, ma questo non lo renderebbe inammissibile.
La possibile candidatura ha già incontrato obiezioni nazionali. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha dichiarato di non prevedere un sostegno della Polonia; il suo omologo ucraino Andrij Sybiha ha criticato l’ipotesi sui social. Sono posizioni espresse dai rispettivi governi, non una dichiarazione comune dell’Unione europea. Non risulta, sulla base delle informazioni pubbliche consultate, un orientamento unitario europeo sul retroscena.
Il prossimo passaggio da osservare è quindi documentale, prima ancora che negoziale: un Paese deve presentare Orbán e la candidatura deve comparire nell’elenco ufficiale. In seguito conteranno i voti nel Consiglio e l’eventuale veto di uno dei cinque permanenti. Fino a quel momento, le notizie su un possibile asse tra Washington, Mosca e Pechino descrivono una trattativa riferita da fonti anonime, non un accordo accertato né l’esito della selezione.
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