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Medio Oriente

Cisgiordania, quattro italiani avviati all’espulsione: il quinto attende il giudice

Dopo il fermo del 29 ottobre vicino ad Al-Lubban al-Gharbiyye, per quattro italiani è stata avviata una procedura amministrativa di espulsione; il quinto attende un provvedimento giudiziario. La Farnesina riferisce che stanno bene.

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Documento di viaggio chiuso e senza scritte accanto a un ramo d’ulivo, in un’illustrazione editoriale sobria.
Un documento di viaggio e un ramo d’ulivo richiamano la procedura di espulsione avviata per quattro attivisti italiani fermati in Cisgiordania durante la raccolta delle olive. Illustrazione generata con intelligenza artificiale. (© Diario del Web / AI)

Quattro dei cinque attivisti italiani fermati il 29 ottobre 2026 vicino ad Al-Lubban al-Gharbiyye, in Cisgiordania, sono stati avviati a una procedura amministrativa di espulsione. Il quinto ha scelto la via giudiziaria e attende un provvedimento di un giudice israeliano. Al 30 ottobre, la partenza dei quattro per l’Italia era indicata come possibile nella mattina successiva, ma non risultava ancora avvenuta. L’aggiornamento è stato riportato da LaPresse, che attribuisce le informazioni a una comunicazione della Farnesina.

Il ministero aveva riferito del fermo dei cinque mentre si trovavano vicino a contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Nel comunicato del 29 ottobre, la Farnesina spiegava che l’operazione avrebbe coinvolto anche altri stranieri e che l’ambasciata italiana a Tel Aviv e il consolato generale a Gerusalemme avevano chiesto chiarimenti alle autorità israeliane e attivato l’assistenza consolare. Nell’aggiornamento del giorno successivo, riferito da LaPresse, i cinque risultavano in buone condizioni e seguiti dai legali.

Il numero totale dei fermati resta da chiarire

La Farnesina ha confermato il fermo di cinque italiani, ma non ha precisato quanti altri stranieri fossero coinvolti. L’International Solidarity Movement (ISM), organizzazione di cui fanno parte attivisti internazionali, ha parlato di 14 persone in tutto. Nel proprio resoconto, l’ISM sostiene che il gruppo sia stato fermato in una casa del villaggio, trasferito alla stazione di polizia al checkpoint di Ni’ilin e interrogato con il sospetto di aver violato un ordine militare entrando in una zona chiusa. L’organizzazione riferiva inoltre che il 30 ottobre era prevista un’udienza sulla revoca dei visti, che avrebbe potuto portare all’espulsione.

Il conteggio e la ricostruzione dell’ISM non risultano confermati da una comunicazione ufficiale israeliana o da riscontri indipendenti consultati. La Farnesina non ha descritto nel comunicato del 29 ottobre le circostanze dell’operazione; perciò il racconto dell’organizzazione va tenuto distinto dai dati forniti dal ministero e dall’aggiornamento sui cinque italiani.

Un precedente fermo di italiane durante la stessa stagione

Una settimana prima si era verificato un episodio separato: il 22 ottobre la Farnesina aveva riferito del fermo di quattro cittadine italiane ad al-Bweib, a sud di Hebron, mentre accompagnavano agricoltori palestinesi. Il ministero ha poi comunicato che il loro rimpatrio era avvenuto il 24 ottobre. Si tratta di un caso distinto da quello del 29 ottobre, ma avvenuto anch’esso durante la raccolta delle olive.

La raccolta delle olive tra violenze e accesso ai terreni

Il contesto è una stagione agricola esposta a restrizioni e violenze, che incidono sull’accesso ai campi e sul lavoro delle famiglie palestinesi. Nell’aggiornamento del 22 ottobre, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha documentato 272 attacchi di coloni collegati alla raccolta tra il 1° settembre e il 19 ottobre: un palestinese ucciso, 200 feriti e danni a oltre 3.200 alberi e piantine. Il totale registrato in quel periodo superava già quello riportato per le intere stagioni del 2024 e del 2025, rispettivamente 224 e 185 attacchi. OCHA stima che la raccolta sostenga il reddito di 80.000-100.000 famiglie palestinesi.

Questi dati descrivono il quadro generale in Cisgiordania e non spiegano, da soli, le ragioni del fermo degli italiani. La vicenda resta su due piani: l’assistenza consolare e l’accertamento delle circostanze dell’operazione. I prossimi passaggi da chiarire sono l’esito della procedura per il quinto attivista e l’effettiva partenza dei quattro, annunciata come possibile per il 31 ottobre.

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