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La CEI presenta le schede sull’Islam: fonti per l’IRC, non una nuova materia

Le schede CEI sull’Islam sono rivolte alla scuola e agli editori dei testi di religione cattolica. La polemica riguarda il loro uso e il futuro dell’IRC, ma sono questioni distinte.

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Tre studenti consultano un fascicolo didattico aperto su un banco in un’aula luminosa.
Un fascicolo didattico viene consultato da studenti: l’articolo distingue le schede sull’Islam dalle ipotesi di riforma dell’IRC. Illustrazione generata con intelligenza artificiale. (© Diario del Web / AI)

Le schede della Conferenza episcopale italiana sull’Islam non istituiscono una nuova materia scolastica. La discussione riguarda invece un tema più concreto: quale spazio dedicare alle altre religioni nell’insegnamento della religione cattolica (IRC), e come farlo senza confondere conoscenza, dialogo e adesione religiosa.

La distinzione conta anche perché le schede non sono soltanto un’ipotesi futura: il volume era stato presentato nel novembre 2025 e la CEI lo ha riproposto a Roma il 21 ottobre 2026. La presentazione ufficiale le descrive come materiale destinato «in primo luogo» alla scuola; il 29 ottobre Vincenzo Corrado, direttore della comunicazione della CEI, ha precisato che sono rivolte anche agli editori dei libri di religione cattolica, per fornire fonti affidabili quando trattano il pluralismo religioso. Le due formulazioni non si escludono, ma lasciano aperta la domanda su come il materiale venga usato in classe.

Undici schede, dall’Islam alle differenze con il cristianesimo

Il volume è il risultato di un lavoro del PISAI, il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, insieme a tre organismi della CEI che si occupano di dialogo interreligioso, scuola e insegnamento della religione cattolica. Secondo la presentazione di Vatican News sull’incontro del 21 ottobre, comprende undici schede: affrontano storia, fede e teologia, Corano, comunità e spiritualità islamiche, presenza dell’Islam in Italia e rapporti tra cristiani e musulmani, comprese convergenze e divergenze.

Il progetto ha coinvolto esperti cristiani e musulmani. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, ha presentato la conoscenza reciproca come risposta a ignoranza e pregiudizi; l’obiettivo dichiarato è fornire strumenti di approfondimento, non proporre un corso di formazione religiosa islamica. Nel testo ufficiale della CEI, don Alberto Gastaldi, responsabile dell’ufficio per la scuola e del servizio per l’IRC, sostiene che conoscere l’Islam «non significa abdicare alla propria identità». È una dichiarazione d’intenti, non una garanzia automatica sulla qualità o sull’equilibrio di ogni uso didattico: questi dipendono anche da come i materiali vengono presentati e discussi.

La critica più solida riguarda il metodo e lo spazio nell’IRC

Nel suo articolo del 31 ottobre, Riccardo Cascioli contesta la replica della CEI e sostiene che il punto non sia vietare di parlare dell’Islam, ma capire quanto spazio gli venga riservato nell’ora di religione cattolica e con quale impostazione. Critica inoltre l’idea che la polemica possa essere liquidata come opposizione al dialogo. È una posizione editoriale: l’articolo di Cascioli presenta come rischio una trasformazione più ampia dell’IRC e richiama un distinto progetto di ricerca sull’insegnamento della religione a scuola.

Quel progetto esiste, ma va tenuto distinto dalle schede sull’Islam. In un’intervista pubblicata da SettimanaNews, i promotori spiegano che la CEI ha finanziato una ricerca avviata nel 2024-2025 e consegnata alla Conferenza episcopale nel novembre 2025. Il gruppo propone di superare l’attuale modello confessionale e discute possibili alternative: è una proposta esplicita, non una decisione approvata. Il finanziamento documenta che nella Chiesa c’è anche un dibattito sul futuro dell’IRC; da solo, però, non prova che le schede siano un passaggio operativo verso quella riforma.

Qui la critica coglie una questione reale, ma il collegamento causale richiede prove ulteriori. Parlare di più religioni durante l’IRC, fornire fonti agli autori dei manuali e trasformare l’insegnamento in una materia comparativa rivolta a tutti sono tre cose diverse. Possono intrecciarsi nel dibattito culturale, ma non sono equivalenti sul piano didattico o istituzionale.

Che cosa servirebbe per cambiare l’insegnamento

Le regole in vigore distinguono il materiale didattico dalle indicazioni ufficiali per l’IRC. L’intesa pubblicata in Gazzetta Ufficiale stabilisce che le indicazioni didattiche sono adottate con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Istruzione e previa intesa con la CEI; eventuali modifiche seguono le stesse modalità. L’insegnamento resta facoltativo: la norma tutela la scelta di avvalersene o meno.

Perciò la pubblicazione delle schede, o il loro eventuale impiego da parte di un docente, non equivale di per sé a una modifica del programma nazionale né all’introduzione di un’ora di religione islamica. Al tempo stesso, la finalità dichiarata di sostenere la scuola e i testi dell’IRC rende legittimo discutere contenuti, criteri di selezione e rapporto tra conoscenza delle altre fedi e identità cattolica dell’insegnamento. La replica della CEI chiarisce che non propone una nuova materia; non chiude la discussione su come le schede vengano adottate e utilizzate.

Il prossimo passaggio è capire come saranno usate

Il confronto pubblico guadagnerebbe precisione separando due verifiche: da un lato, se le schede rappresentino in modo accurato l’Islam e ne illustrino anche le differenze interne; dall’altro, se e come eventuali cambiamenti dell’IRC vengano proposti e approvati secondo le procedure previste. Le fonti disponibili documentano l’esistenza di un progetto di ricerca che avanza una proposta di riforma, ma non mostrano una decisione istituzionale che abbia modificato l’insegnamento. Per valutare la ricaduta concreta delle schede, restano da chiarire le modalità di adozione nei manuali e il loro uso effettivo nelle lezioni.

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