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Venezia, Storari: «Sfruttamento ancora nelle filiere della moda»

Al Venice Sustainable Fashion Forum il pm milanese Paolo Storari ha denunciato il ricorso a fornitori illegali da parte di alcuni grandi marchi, collegando lo sfruttamento del lavoro alla concorrenza. Il confronto prosegue il 6 novembre.

Redazione Venezia

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Illustrazione editoriale del relatore della foto con un microfono e un tessuto cucito sullo sfondo.
Al Venice Sustainable Fashion Forum, un intervento richiama il tema dello sfruttamento del lavoro nelle filiere della moda. Illustrazione generata con intelligenza artificiale. (© Diario del Web / AI)

«Ci sono ancora grandi marchi della moda che usufruiscono di opifici della vergogna»: lo ha detto il pm milanese Paolo Storari intervenendo il 5 novembre al Venice Sustainable Fashion Forum. Storari ha collegato lo sfruttamento dei lavoratori al dumping contrattuale e alla concorrenza fra aziende: quelle che rispettano le regole, ha osservato, possono trovarsi in difficoltà rispetto a chi ricorre a filiere illegali. Le sue dichiarazioni sono state riportate da Radiocor durante i lavori alla Fondazione Giorgio Cini, a Venezia.

Il Forum, promosso da Confindustria Moda e Confindustria Veneto Est con TEHA Group come advisor scientifico, è in programma il 5 e 6 novembre. La quinta edizione riunisce imprese, istituzioni ed esperti per discutere di legalità e trasparenza delle filiere, competenze, intelligenza artificiale, nuovi materiali e circolarità. Il Comune di Venezia ha riferito che il sindaco Simone Venturini ha aperto la prima giornata; l’agenda ufficiale prevede per il 6 novembre sessioni su trasformazione delle imprese, IA, materiali e competitività.

Filiera illegale e controlli: il nodo messo in evidenza da Storari

Nel resoconto dell’intervento, Storari ha descritto controlli di filiera che, a suo giudizio, talvolta si concentrerebbero su aspetti del prodotto senza verificare adeguatamente le condizioni di lavoro. Ha inoltre richiamato il rischio di conseguenze giudiziarie e reputazionali per le aziende che dichiarano di avere ripulito la propria catena di fornitura senza averlo fatto. Si tratta di valutazioni attribuite al magistrato nel corso del Forum: il resoconto consultato non indica i marchi a cui si riferiscono le sue parole.

Il tema è rilevante anche per la competizione economica: verificare appalti, subappalti e condizioni di lavoro non riguarda soltanto la reputazione di un marchio, ma anche le condizioni in cui competono le imprese. Il confronto veneziano mette così in relazione responsabilità sociale, tutela dei lavoratori e tenuta delle aziende che operano rispettando le regole, senza presentare le discussioni del Forum come decisioni vincolanti o nuove misure già adottate.

Le anticipazioni dello studio TEHA: tecnologie e competenze

Tra i temi dell’edizione c’è anche la transizione tecnologica e ambientale. In un comunicato diffuso l’8 ottobre, gli organizzatori hanno anticipato alcuni dati del Just Fashion Transition Study 2026 di TEHA: le cleantech censite per l’industria europea della moda sarebbero 234, contro le 91 del 2025, e nel 75% dei casi si tratterebbe di soluzioni già disponibili sul mercato. Lo stesso comunicato afferma che oltre il 55% dei profili professionali ricercati nei settori tessile, abbigliamento e calzature è difficile da reperire. Sono dati comunicati dagli organizzatori come anticipazioni dello studio; il materiale consultato non consente di esaminare metodi e basi di calcolo.

Il dato sulle competenze aiuta a leggere una delle questioni in agenda: avere tecnologie disponibili non significa che tutte le imprese possano adottarle rapidamente. Il programma ufficiale prevede per il 6 novembre confronti sull’uso dell’intelligenza artificiale nei prodotti e nei processi, sull’innovazione e sui materiali tradizionali ed emergenti. La sessione conclusiva, “Road to 2035”, è presentata dagli organizzatori come un momento per raccogliere il confronto e formulare raccomandazioni e indicazioni rivolte ai decisori e agli operatori; non equivale, da sola, all’adozione di impegni pubblici o aziendali.

Il quadro Ue: è già in vigore il divieto di distruggere invenduti

Un passaggio normativo concreto accompagna il dibattito: dal 19 luglio 2026 le grandi imprese dell’Unione europea non possono distruggere abiti, accessori di abbigliamento e calzature invenduti, salvo deroghe circoscritte. Per le imprese medie il divieto si applicherà dal 2030. La Commissione europea indica che le aziende devono privilegiare vendita, donazione o preparazione al riuso; le eccezioni devono essere giustificate e documentate. Le regole europee sullo smaltimento dei capi invenduti sono dunque già un obbligo per le grandi imprese, mentre il Forum affronta più in generale come integrare sostenibilità, organizzazione produttiva e competitività.

Il prossimo passaggio è la seconda giornata del Forum, il 6 novembre, con i confronti su IA, materiali e trasformazione delle imprese e la sessione “Road to 2035”. I risultati di quei lavori e il testo completo dello studio TEHA potranno chiarire quali proposte e raccomandazioni emergeranno; fino ad allora, le anticipazioni non vanno confuse con un rapporto integralmente consultabile né con decisioni già operative.

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