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Meloni, Trump e la prova della sovranità: l’Italia non è il cortile di nessuno

Lo scontro tra la premier e il presidente americano non è solo una lite personale. È il punto in cui la destra di governo deve dimostrare che l’interesse nazionale viene prima anche quando a mettere pressione sono gli alleati.

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Illustrazione editoriale di Giorgia Meloni e Donald Trump in confronto simbolico tra Italia e Stati Uniti, sul tema della sovranità nazionale e dei rapporti con l’alleanza occidentale.
Meloni-Trump, la prova della sovranità italiana (© DiariodelWeb.it / AI)

C’è un momento, nella vita di un governo, in cui gli slogan devono diventare sostanza. Per Giorgia Meloni quel momento è arrivato nello scontro con Donald Trump. Non perché una frase sgradevole, una ricostruzione contestata o una polemica diplomatica possano da sole cambiare i rapporti tra Italia e Stati Uniti. Ma perché dietro quella polemica c’è una domanda molto più seria: che cosa significa oggi essere alleati senza essere subordinati?

Trump ha accusato Meloni di essere in difficoltà in Italia, di voler “tornare amica” e ha rilanciato le polemiche sul mancato utilizzo delle basi italiane in relazione alla crisi con l’Iran. La premier ha risposto rivendicando la difesa dell’interesse nazionale e ricordando che l’uso delle basi militari è regolato da accordi che l’Italia, in quanto nazione sovrana, non viola. La polemica era già esplosa dopo le parole del presidente americano sulla presunta richiesta di una foto al G7, ricostruzione respinta da Meloni come “totalmente inventata”; Tajani ha annullato una visita negli Stati Uniti e Mattarella ha telefonato alla premier per esprimerle solidarietà.

Il punto politico è questo: la destra italiana ha costruito una parte importante della propria identità sulla parola “sovranità”. Ma la sovranità è facile da invocare quando il bersaglio è Bruxelles, quando il nemico retorico è la burocrazia europea, quando la contrapposizione serve a rafforzare il consenso interno. È molto più difficile praticarla quando a esercitare pressione è Washington, cioè l’alleato storico, il pilastro dell’Occidente, il riferimento naturale di un campo politico che non ha mai nascosto la propria collocazione atlantica.

Eppure è proprio qui che la posizione di Meloni diventa politicamente interessante. Perché un’Italia seria non deve scegliere tra fedeltà occidentale e dignità nazionale. Deve tenerle insieme. Essere alleati degli Stati Uniti non significa accettare qualsiasi tono, qualsiasi pretesa, qualsiasi forzatura. Significa condividere un campo strategico, ma difendere con fermezza il proprio ruolo dentro quel campo.

La risposta della premier, in questo senso, parla direttamente al cuore dell’elettorato di centrodestra: l’Italia non implora, non obbedisce per riflesso automatico, non mette a disposizione il proprio territorio come se fosse una dependance militare altrui. Ma parla anche a chi, fuori dal centrodestra, dovrebbe riconoscere un dato elementare: quando viene colpita la dignità istituzionale del presidente del Consiglio, non viene colpita solo Giorgia Meloni. Viene colpito il Paese.

Il tema è ancora più delicato perché arriva in una fase in cui l’Europa è costretta a ripensare il proprio peso. Guido Crosetto, parlando della NATO, ha ricordato che l’Alleanza non è “un club”, ma una struttura difensiva che comporta obblighi e responsabilità; ha anche indicato il percorso verso maggiori spese per difesa e sicurezza come un impegno da affrontare nei prossimi anni.

Qui si apre la vera sfida per il governo: spiegare agli italiani che sovranità non significa isolamento. Al contrario, in un mondo instabile, la sovranità costa. Costa in difesa, in energia, in tecnologia, in controllo dei confini, in credibilità internazionale. Chi promette un’Italia forte ma non dice come finanziarla, come proteggerla, come renderla rispettata nei tavoli che contano, vende solo una versione comoda del patriottismo.

Il caso migranti conferma la stessa dinamica. Meloni, insieme ad altri leader europei, ha spinto per accelerare sulle soluzioni in Paesi terzi e sui centri di rimpatrio extra UE, nel quadro del nuovo regolamento europeo sui rimpatri. Secondo la ricostruzione di Adnkronos, la lettera firmata da Italia e altri Paesi cita anche la cooperazione Italia-Albania come esempio e chiede di passare rapidamente dalle regole alla loro attuazione concreta.

Anche qui il dato politico è chiaro: l’Italia non può limitarsi a denunciare il problema migratorio. Deve costruire alleanze, spostare la linea europea, portare altri governi sul proprio terreno. Se il nuovo approccio sui rimpatri diventerà davvero operativo, non sarà perché Roma avrà urlato più forte degli altri, ma perché avrà saputo trasformare una battaglia nazionale in una linea europea.

È questa la differenza tra destra di testimonianza e destra di governo. La prima vive di purezza, di slogan, di identità gridata. La seconda deve ottenere risultati, accettando la fatica dei compromessi senza perdere la direzione. Ed è proprio su questo terreno che cresce la pressione di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale, che secondo il sondaggio YouTrend per Sky TG24 citato da RaiNews è arrivato al 5,9%, superando la Lega al 5,8%, mentre Fratelli d’Italia resta primo partito al 27,8%.

Il rischio per Meloni non è soltanto avere un concorrente alla propria destra. Il rischio è farsi trascinare in una gara muscolare permanente, dove ogni scelta responsabile viene dipinta come arretramento e ogni prudenza come tradimento. Ma governare non significa inseguire chi urla di più. Significa decidere quando alzare la voce e quando usare la forza silenziosa dei rapporti, dei dossier, delle alleanze.

Per questo lo scontro con Trump può diventare un passaggio utile. Non perché convenga rompere con gli Stati Uniti: sarebbe un errore grave. Ma perché conviene chiarire che l’amicizia tra nazioni libere non è sudditanza. L’Italia ha bisogno dell’America, come l’America ha bisogno di alleati europei seri, affidabili e rispettati. Il rispetto, però, non si chiede in ginocchio. Si costruisce stando in piedi.

Meloni oggi ha davanti una prova politica più grande della polemica del giorno: dimostrare che il patriottismo non è teatro, ma responsabilità. Difendere l’interesse nazionale non significa dire sempre no. Significa dire sì quando conviene all’Italia, no quando serve all’Italia, e farlo senza complessi di inferiorità.

È questa, forse, la vera maturità che una destra di governo deve rivendicare: non una destra antiamericana, non una destra antieuropea, non una destra chiusa nel recinto della protesta. Ma una destra italiana, occidentale, concreta. Capace di stare nelle alleanze senza perdere la propria voce.

Perché la sovranità non si misura da quanto si grida contro i nemici. Si misura da quanto si resta liberi davanti agli amici.

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