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Salute

Metastasi del colon-retto, così gli interferoni possono indebolire i linfociti T

Uno studio del San Raffaele descrive il ruolo degli interferoni e del recettore IFNAR1 nelle metastasi epatiche. La strategia testata ha dato risultati preclinici, non nei pazienti.

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Illustrazione di un linfocita T accanto a una metastasi nel tessuto del fegato, con un recettore ridotto sulla superficie cellulare.
Uno studio preclinico descrive il possibile ruolo della perdita di IFNAR1 nei linfociti T in alcune metastasi epatiche del tumore del colon-retto. Illustrazione generata con intelligenza artificiale. (© Diario del Web / AI)

In alcune metastasi epatiche del tumore del colon-retto, un segnale immunitario persistente può indebolire i linfociti T che dovrebbero contrastare il tumore. Uno studio coordinato dall’IRCCS Ospedale San Raffaele descrive il ruolo degli interferoni di tipo I e della perdita del recettore IFNAR1; nei modelli preclinici, stabilizzare quel recettore ha sostenuto l’attività delle cellule T e potenziato alcune immunoterapie. L’abstract dello studio, pubblicato online su Science Advances il 4 novembre 2026, riferisce risultati sperimentali, non una terapia dimostrata nei pazienti. Il San Raffaele precisa che la strategia non è disponibile come trattamento.

Il risultato aiuta a comprendere un possibile meccanismo di resistenza immunitaria, ma riguarda un contesto specifico: metastasi con elevata produzione di interferoni di tipo I. Non dimostra che il fenomeno si verifichi in tutte le metastasi o in tutti i tumori del colon-retto.

Come un segnale immunitario persistente può indebolire le difese

Gli interferoni di tipo I partecipano alle risposte immunitarie contro infezioni e tumori. Il loro effetto, però, può dipendere dal contesto e dalla durata del segnale. Secondo la ricostruzione diffusa dal San Raffaele, nelle metastasi già sviluppate alcune cellule tumorali producono interferoni in modo persistente: in questo ambiente, l’esposizione prolungata favorisce la perdita dalla superficie dei linfociti T di IFNAR1, una componente del recettore che riceve il segnale.

Con meno IFNAR1, le cellule T possono perdere capacità di sopravvivere, moltiplicarsi e mantenere la risposta antitumorale. Non è dunque l’interferone in sé a essere sempre dannoso: la ricerca descrive un possibile effetto diverso quando il segnale resta attivo a lungo in uno specifico ambiente tumorale.

Il gruppo ha analizzato campioni tumorali di 44 pazienti e organoidi — modelli tridimensionali coltivati in laboratorio — ottenuti da metastasi di altri 15 pazienti. Questi dati, riportati nella comunicazione del San Raffaele, contribuiscono a descrivere il fenomeno; non costituiscono una sperimentazione clinica della strategia terapeutica.

Che cosa è stato osservato nei modelli preclinici

I ricercatori hanno sperimentato approcci farmacologici e genetici per impedire la perdita di IFNAR1 e mantenerlo sulla superficie dei linfociti. Secondo l’abstract, la stabilizzazione del recettore ha ripristinato la funzionalità delle cellule T e potenziato, nei tumori con alti livelli di interferoni, immunoterapie basate sul recettore delle cellule T e sulle CAR-T. Queste ultime sono cellule T modificate per riconoscere bersagli tumorali.

La comunicazione del San Raffaele riferisce che, in alcuni modelli, i linfociti protetti hanno eliminato metastasi già formate. È un esito sperimentale: non dimostra efficacia, guarigione o sicurezza nelle persone. Il risultato indica una possibile strategia da studiare, non un trattamento pronto all’uso.

Un’associazione clinica non dimostra un effetto causale

L’abstract riferisce inoltre che una minore espressione di IFNAR1 è associata a esiti clinici peggiori. L’associazione può aiutare a individuare una relazione da approfondire, ma da sola non prova che la perdita del recettore causi quegli esiti.

Lo studio è coordinato da Giovanni Sitia e, secondo la comunicazione dell’istituto, coinvolge gruppi del San Raffaele, dell’IRB Barcelona e dell’Erasmus MC Cancer Institute, con il sostegno di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro. Sitia ha descritto il lavoro come ancora preclinico: prima di valutare un possibile impiego nelle cure serviranno ulteriori verifiche, comprese quelle sull’efficacia e sulla sicurezza nelle persone. Resta da chiarire anche come identificare i tumori in cui il segnale degli interferoni è abbastanza elevato da rendere utile la strategia. Per ora, i risultati non modificano le opzioni terapeutiche disponibili.

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