Economia & Lavoro
Giorgia dovrebbe chiamare Donald? ENI potrebbe passare ad un incasso multimiliardario in Venzuela
Dopo il crollo di Maduro, gli USA corrono sul petrolio venezuelano mentre l’Europa resta ferma. Eni rischia 3 miliardi di crediti: ora la partita è politica, non ideologica.
C’è un vecchio detto nei corridoi della diplomazia economica che recita più o meno così: “Le sanzioni si applicano ai nemici e agli amici stupidi, ma mai ai propri affari”. Quanto sta accadendo in queste ore in Venezuela è la perfetta rappresentazione plastica di questo cinismo geopolitico. Mentre a Bruxelles si discuteva di massimi sistemi e di etica internazionale, a Washington si preparavano i contratti.
Siamo nel gennaio 2026. Il regime di Nicolas Maduro è crollato, o meglio, è stato “accompagnato all’uscita” da un blitz che ha tutto il sapore di un’operazione pianificata nei minimi dettagli tra il Potomac e i Caraibi. Ma la notizia vera non è il cambio di regime, bensì la corsa all’oro nero che ne è scaturita. In questo campo The Donald corre deciso e preciso, mentre l’Europa – e con essa la nostra Eni – è ferma ai box da un mix di incertezza economica e scarso coraggio politico.
Un embargo a “due velocità”
La situazione è grottesca, ma ha un senso economico spietato. Per tutto il 2025, mentre l’amministrazione Trump stringeva il cappio intorno a Caracas, esisteva un “piccolo” dettaglio che i media mainstream europei hanno dimenticato di sottolineare con la dovuta enfasi: il veto all’export valeva solo per le compagnie del Vecchio Continente.
Esatto, avete capito bene. Mentre Eni, la spagnola Repsol e la francese Maurel & Prom venivano bloccate dalla burocrazia delle sanzioni secondarie del Dipartimento del Tesoro USA, la Chevron – colosso a stelle e strisce – operava indisturbata. L’azienda americana ha goduto di una corsia preferenziale, un salvacondotto che le ha permesso non solo di mantenere le posizioni, ma di prepararsi al “Giorno Dopo”.
E il giorno dopo è arrivato. Lunedì 5 gennaio 2026, a Wall Street, Chevron ha guadagnato il 5,7% ed ExxonMobil il 2,3%. I mercati non mentono mai: sanno che il petrolio venezuelano, la più grande riserva provata al mondo (303 miliardi di barili, il 17% del totale globale), sta per tornare sul mercato. Ma ci tornerà parlando inglese, non italiano o spagnolo.
Il tesoretto di ENI: 3 miliardi in bilico
Qui veniamo al dolore, quello vero, che si misura in bilancio. L’Eni non è un attore secondario in Venezuela. Il Cane a Sei Zampe ha investito massicciamente nel Paese, in particolare con la joint venture Cardón IV per lo sfruttamento del giacimento di gas Perla.
Parliamo di forniture essenziali per il mercato domestico venezuelano, gas che ha tenuto accese le luci a Caracas mentre il paese sprofondava nel caos. Ebbene, per questo servizio, Eni vanta crediti che ormai sfiorano i 3 miliardi di dollari. Fino a poco tempo fa, esisteva il meccanismo dell’oil for debt: Eni prendeva carichi di greggio da PDVSA (la compagnia statale venezuelana) come pagamento in natura per il gas fornito e per i dividendi arretrati. Un sistema baratto, primitivo ma efficace. Poi, lo stop americano. Da allora ENI ha esportato gas gratuitamente, solo per garantire la continuità energetica alla popolazione locale.
La dirigenza Eni, con il consueto understatement istituzionale, fa sapere di “monitorare con attenzione” e che “le operazioni procedono regolarmente”. Ma siamo seri: come possono procedere regolarmente se non si può incassare? Il credito sale, la svalutazione morde e il rischio di trovarsi con un pugno di mosche in mano mentre gli americani si spartiscono la torta è altissimo. È accettabile che l’azienda energetica di Stato italiana, un asset strategico per la nostra sicurezza nazionale, venga trattata come un paria proprio dagli alleati atlantici?
La strategia di Trump: petrolio a basso costo
Non dobbiamo essere ingenui. La mossa di Trump non è (solo) politica, è squisitamente macroeconomica. L’America di “The Donald” ha un obiettivo chiaro: abbattere l’inflazione interna pompando offerta sul mercato energetico. Il greggio venezuelano serve a questo.
A novembre 2025, la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno esplicitamente invitato le Big Oil americane a “tornare rapidamente in Venezuela e investire capitali significativi”. Non è un consiglio, è un ordine di scuderia. Halliburton, il gigante dei servizi petroliferi, ha fatto segnare un +12% in borsa. Perché? Perché l’infrastruttura venezuelana è a pezzi. La produzione è crollata dai 3,5 milioni di barili/giorno degli anni ’70 a poco più di un milione. C’è da ricostruire tutto: tubature, raffinerie, terminal. E chi prenderà questi appalti miliardari? Le società americane, ovviamente. A meno che…
Giorgia, è il momento della telefonata
A meno che la politica, quella con la P maiuscola, non batta un colpo. Qui entra in gioco Palazzo Chigi. Giorgia Meloni si trova in una posizione unica. È l’unica leader europea che ha saputo costruire un rapporto non conflittuale, anzi, privilegiato, con la nuova amministrazione Trump.
Venerdì ci sarà un incontro cruciale con le Major USA per definire il futuro del petrolio venezuelano. L’Italia non può limitarsi ad ascoltare passiva e prendere appunti. La Premier, che controlla di fatto Eni attraverso il MEF e la Cassa Depositi e Prestiti, dovrebbe alzare la cornetta e farlo ora.
Non si tratta di chiedere un favore, ma di rivendicare un ruolo. L’Italia ha mantenuto una presenza in Venezuela nei momenti più bui, garantendo la sopravvivenza energetica (gas) della popolazione. Abbiamo un credito morale, oltre che finanziario. Ma soprattutto, abbiamo il know-how. Eni e le società di ingegneria italiane (pensiamo a Saipem o Maire Tecnimont) hanno le tecnologie che servono a Trump per rimettere in piedi l’industria venezuelana in tempi record.
Una Win-Win Situation (se ci muoviamo)
Il ragionamento da porre sul tavolo dello Studio Ovale è semplice e pragmatico, come piace a Trump:
- Interesse USA: aumentare la produzione venezuelana velocemente per tenere basso il prezzo del barile e stabilizzare finanziariamente il Venezuela. Gli investimenti necessari per aumetare l’export sono anche lavoro ben pagato per i tecnici locali.
- Interesse Italia: recuperare i 3 miliardi di crediti e partecipare alla ricostruzione degli impianti, diversificando ulteriormente le nostre fonti di approvvigionamento.
Se l’Italia si muove compatta, Eni può rientrare nel gioco dalla porta principale, fianco a fianco con Chevron ed Exxon. Se invece aspettiamo il “permesso” di qualche commissione europea o attendiamo che le sanzioni decadano per inerzia, arriveremo quando il piatto sarà già stato ripulito.
Il Venezuela possiede le maggiori riserve al mondo. Lasciarle in gestione esclusiva agli USA (o peggio, vederle scivolare verso la Cina se gli americani dovessero fallire la stabilizzazione) sarebbe un errore imperdonabile. L’inflazione sta scendendo, dicono i dati, ma la domanda interna italiana è ancora compressa da anni di politiche di austerità e tassi alti. Avere accesso a fonti energetiche privilegiate e commesse estere è l’unico modo per dare ossigeno al nostro PIL reale, al di là dei decimali festeggiati dai telegiornali.
L’Eni è pronta. La tecnologia c’è. I crediti ci sono. Manca solo il via libera politico. Presidente Meloni, chiami Trump. Gli ricordi che gli amici si vedono nel momento del bisogno, ma anche nel momento della divisione degli utili.
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