Lavoro
Ex Ilva, Urso indica DRI e forni elettrici: piano e tempi restano da definire
Dopo la conferma dello stop all’area a caldo, Urso rilancia le tecnologie green per Taranto. Il Governo ha indicato DRI e forni elettrici, ma mancano tempi e investimenti definiti; la produzione italiana è cresciuta nei primi nove mesi del 2026.
Per il futuro dell’ex Ilva di Taranto il ministro delle Imprese Adolfo Urso rilancia la prospettiva dell’acciaio prodotto con tecnologie green, dopo che la Cassazione ha lasciato in vigore lo stop all’attività dell’area a caldo. Il modello evocato dal Governo comprende impianti per il ferro preridotto (DRI) e forni elettrici, ma non è ancora accompagnato da un cronoprogramma né da un piano industriale e finanziario completo. Nell’intervento a Sky TG24 del 5 novembre, Urso ha detto che occorre lavorare sulle tecnologie green; non ha annunciato l’avvio di nuovi impianti o indicato quanti lavoratori saranno coinvolti.
La prospettiva non nasce con questa dichiarazione. Al tavolo con i sindacati del 27 ottobre, l’Esecutivo aveva indicato DRI, forni elettrici e lavorazioni a valle come obiettivi per gli stabilimenti del gruppo, riservandosi anche di valutare una partecipazione pubblica. Nel resoconto del verbale firmato a Palazzo Chigi, però, il Governo spiegava che le incertezze ancora presenti non permettevano di definire tempi e tappe della decarbonizzazione. La ricostruzione degli impegni emersi al tavolo riferisce dunque un indirizzo, non un progetto esecutivo.
Che cosa cambia tra DRI, forni elettrici e altiforni
Il DRI, o ferro preridotto, è ferro ricavato dal minerale senza passare dall’altoforno e può essere usato come materia prima nei forni elettrici. Questi fondono il DRI e, a seconda del processo, rottame d’acciaio. La combinazione può consentire una produzione di acciaio primario senza il ciclo integrale basato sugli altiforni, ma il nome della tecnologia non basta a definire l’impatto ambientale: contano anche il gas impiegato per ridurre il minerale e l’energia che alimenta gli impianti. La spiegazione tecnica del Centro comune di ricerca della Commissione europea distingue, tra le altre opzioni, la riduzione diretta con gas e quella con idrogeno a basse emissioni.
Per Taranto, nelle dichiarazioni recenti non sono indicati il tipo di DRI, la fonte energetica, la quantità di acciaio prevista né le risorse necessarie. Anche il richiamo di Urso agli impianti green già operativi in altri stabilimenti italiani non chiarisce quale configurazione sarebbe scelta per l’ex Ilva. Senza questi elementi non si possono stimare né la produzione ottenibile né gli effetti su occupazione e indotto.
La crescita nazionale non misura l’effetto della crisi di Taranto
Urso ha affermato che la produzione italiana di acciaio è aumentata nel 2025 e anche nel 2026. I dati disponibili sostengono questa indicazione, ma con un perimetro preciso: nel 2025 la produzione nazionale è stata di 20,7 milioni di tonnellate, il 3,6% in più rispetto al 2024, secondo i dati Federacciai ripresi dal monitoraggio del Ministero delle Imprese. Per il 2026, l’ultimo aggiornamento mensile reperito riporta 15,9 milioni di tonnellate nei primi nove mesi, il 2,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2025; a settembre l’aumento annuo è stato del 2,1%, dopo flessioni a luglio e agosto. I dati nazionali non isolano l’effetto della crisi dell’ex Ilva e non dimostrano, da soli, quale sarebbe l’andamento della produzione a Taranto. Inoltre, la crescita complessiva non basta a stabilire che tutto l’acciaio prodotto abbia lo stesso profilo ambientale.
La quota del 2025 è riportata nel monitoraggio ministeriale dei prodotti industriali; il dato provvisorio gennaio-settembre 2026 è attribuito da SteelOrbis ai dati Federacciai. Non va confusa la crescita dell’intero settore con un piano di rilancio del singolo stabilimento.
Vendita e lavoro: i prossimi passaggi non chiudono il dossier
La procedura di vendita è un passaggio vicino ma distinto dalla riconversione. Le fonti più recenti consultate indicano l’8 novembre 2026 come termine per le offerte vincolanti; un resoconto del 14 ottobre sulle dichiarazioni di Urso riportava invece il 9 novembre. La scadenza va quindi confermata con i commissari. In ogni caso, la presentazione di un’offerta non equivale all’aggiudicazione né all’approvazione di investimenti per i nuovi impianti.
Sul fronte occupazionale, per il 6 novembre è stato convocato al Ministero del Lavoro un confronto sulla richiesta di cassa integrazione straordinaria per un massimo di 8.622 lavoratori. È un passaggio relativo agli ammortizzatori, non una definizione del numero di addetti che servirebbero nel futuro modello produttivo. Per capire se l’indirizzo green diventerà operativo occorreranno decisioni su proprietario, finanziamenti, impianti, approvvigionamento energetico e calendario; al momento non sono disponibili stime documentate degli effetti sull’occupazione diretta e sull’indotto.
Continua a leggere le notizie di DiariodelWeb.it e segui la nostra pagina Facebook