Economia & LavoroEuropa
L’Italia sblocca il Mercosur, ma detta le sue condizioni (e Macron resta a bocca asciutta)
L’Italia dice sì condizionato all’accordo UE-Mercosur e incassa fondi, tutele e clausole di salvaguardia. Strategia di realpolitik del governo Meloni, mentre la Francia resta isolata e senza risultati.
Mentre a Parigi si bruciano copertoni e si fanno proclami teatrali destinati al fallimento, a Roma si fa politica vera. Venerdì 9 gennaio 2026 passerà probabilmente alla storia non come il giorno della resa, ma come il momento in cui l’Italia ha dimostrato di saper stare ai tavoli che contano, incassando il massimo possibile da una partita che l’Europa del Nord (Germania in testa) aveva già deciso di chiudere anni fa.
Il governo Meloni, con una mossa di Realpolitik spiazzante, ha deciso di dare il via libera all’accordo UE-Mercosur. Ma attenzione: non è un assegno in bianco. È un “Sì” condizionato, pesantissimo, pagato a caro prezzo dalla Commissione Europea. Grazie al gioco di squadra tra la diplomazia di Palazzo Chigi e la pressione intransigente della Lega, l’Italia porta a casa un “tesoretto” e uno scudo protettivo che i cugini francesi possono solo sognare.
Macron: Il bluff del “no” senza numeri
Per capire il successo italiano, bisogna guardare al fallimento francese. Emmanuel Macron continua a recitare la parte del difensore oltranzista dell’agricoltura, annunciando il voto contrario della Francia. Ma il Re è nudo: Macron sa benissimo che, senza l’Italia, non ha i numeri per la “minoranza di blocco” che potrebbe impedire la firma dell’accordo. Il suo è un rifiuto sterile, puramente comunicativo, per tentare di arginare la Le Pen. Risultato? La Francia voterà contro, l’accordo passerà lo stesso, e Parigi non avrà ottenuto nulla in cambio. Zero. Nello stesso tempo gli agricoltori lo vedono, comunque, come uno dei responsabili dell’accordo, per il suo europeismo continuo e senza ma, e sono scesi in piaza e per strada minacciando di bloccare l’Esagono.
La strategia italiana: incassare, proteggere, rilanciare
L’Italia ha scelto una strada diversa. Consapevole che la Commissione aveva la maggioranza qualificata (grazie a Germania, Spagna e Nord Europa), il governo Meloni ha trasformato il suo voto decisivo in una leva negoziale formidabile. Invece di un “No” ideologico e inutile, Roma ha detto: “Possiamo parlarne, ma alle nostre condizioni”.
E il conto presentato a Ursula von der Leyen è salato:
- L’iniezione di liquidità: Non promesse vaghe, ma l’impegno scritto per l’accesso anticipato ai fondi della PAC 2028-2034. Parliamo di 10 miliardi di euro freschi per l’agricoltura italiana, disponibili subito per ammodernare le filiere e sostenere il reddito. Mentre gli altri aspettano, le nostre imprese incassano.
- Il ruolo della Lega e lo “Scudo” Bergesio-Bizzotto: Lo scetticismo radicale della Lega non è stato un ostacolo, ma l’arma in più di Giorgia Meloni. La posizione dura tenuta dal Carroccio ha permesso al governo di alzare la posta. I senatori leghisti (Bergesio e Bizzotto in testa) hanno ottenuto l’inserimento di una Clausola di Salvaguardia Rafforzata.
Lo scudo voluto Lega: garanzia reale per il Made in Italy
Questa clausola non è un dettaglio burocratico, è un freno a mano d’emergenza nelle mani dell’Italia. Cosa prevede? Se l’import di prodotti sudamericani dovesse causare un calo dei prezzi interni o se i volumi importati dovessero crescere troppo rapidamente (sopra l’8%, con l’obiettivo di scendere al 5%), scatta il blocco. In pratica, la Lega ha fornito alla Meloni lo strumento per dire: “Apriamo il mercato, ma se provate a fare dumping sui nostri agricoltori, chiudiamo tutto in 21 giorni”. È un meccanismo di protezione che prima non esisteva e che tutela specificamente le nostre eccellenze da una concorrenza sleale.
Inoltre, è stato ribadito l’obbligo del rispetto degli standard fitosanitari europei (il principio di reciprocità): niente carne agli ormoni sulle tavole italiane. Un punto su cui il Ministero dell’Agricoltura non ha ceduto di un millimetro. Nello stesso tempo però, firmando l’accordo, si apre un ampio mercato sud americano ai prodotti industriali italiani, che stanno cercando disperatamente nuovi mercati per non essere schiacciati dalla concorrenza cinese.
Un venerdì da protagonisti
Venerdì al Coreper l’Italia non andrà col cappello in mano, ma come il Paese che ha sbloccato lo stallo imponendo la propria linea di tutela. Abbiamo evitato l’isolamento (destino che tocca alla Francia), abbiamo garantito risorse immediate a un settore in crisi e abbiamo costruito una diga normativa contro le distorsioni del mercato.
Certo, la sfida del libero scambio resta complessa e i rischi non mancano, ma in un’Europa spesso sorda agli interessi del Mediterraneo, questa volta Roma ha giocato d’anticipo. Abbiamo preso i soldi, abbiamo preso le clausole di sicurezza e abbiamo lasciato a Macron la scena vuota della protesta. Se questo è il nuovo corso italiano a Bruxelles, la musica è decisamente cambiata.
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