Europa
Bruxelles firma cambiali: 90 miliardi di debito per Kiev, Mercosur congelato. I “furbi” di Visegrad non pagano
Vertice UE: accordo notturno su 90 miliardi per l’Ucraina finanziati con debito comune. Stop all’uso diretto dei beni russi. Germania sconfitta, Italia e Francia decisive, Visegrad non firma.
È finita come spesso finisce a Bruxelles: a notte fonda, con gli occhi cerchiati di sonno, un compromesso illeggibile per i comuni mortali e un conto salato che verrà recapitato ai posteri. Il Consiglio Europeo si è chiuso con un accordo che è un capolavoro di quell’ingegneria finanziaria barocca tanto cara alle istituzioni comunitarie quando non sanno come risolvere i problemi reali. Alla fine pagheranno i cittadini con il debito comune.
Friedrich Merz, il Cancelliere tedesco insediatosi lo scorso maggio con la promessa di riportare rigore e pragmatismo, torna a Berlino con le pive nel sacco. La sua strategia è stata smontata pezzo per pezzo. Voleva usare i soldi russi subito? Nein. Voleva il Mercosur firmato? Rien ne va plus. Alla fine, l’Europa ha deciso di fare ciò che le riesce meglio: indebitarsi tutti insieme (o quasi) e sperare che domani il meteo geopolitico sia più clemente.
Il grande bluff dei beni russi e il trionfo del debito comune
Il cuore del vertice era il finanziamento all’Ucraina. La cifra è imponente: 90 miliardi di euro per i prossimi due anni. Ma è il come che fa la differenza tra una politica economica sana e un azzardo.
La Germania, appoggiata dai paesi nordici, aveva una posizione chiara: usare direttamente gli asset russi congelati (la maggior parte dei quali si trova in Belgio presso Euroclear) per finanziare la guerra. Una mossa che avrebbe risparmiato il bilancio federale tedesco, già sotto pressione. Tuttavia, il Belgio, guidato dal premier Bart De Wever, ha opposto una resistenza stoica. De Wever, che per settimane ha combattuto quasi da solo, ha spiegato ai colleghi un concetto semplice ma brutale: confiscare quegli asset esporrebbe l’Eurozona a ritorsioni legali e finanziarie devastanti, minando la fiducia nell’Euro come valuta di riserva.
Il Belgio ha tenuto il punto fino a quando, a tarda sera, l’Italia di Giorgia Meloni ha fatto pesare il suo appoggio, seppellendo definitivamente l’idea della confisca immediata. Il risultato? Il Piano B: Debito Comune. L’UE emetterà titoli sui mercati, garantiti dal bilancio comunitario (e quindi, in gran parte, dalla Germania). La narrazione ufficiale vuole che questi prestiti vengano ripagati dalle future riparazioni di guerra russe. Se Mosca non paga, o non lo fa direttamente all’Ucraina, si attingerà ai beni congelati. È il classico “calcio al barattolo”: si crea debito oggi garantendolo con soldi che forse, un giorno, potremmo sequestrare. In realtà i piani americani sulla materia sono ben diversi.
I vincitori, i vinti e quelli che “non pagano”
In questo teatro dell’assurdo, le posizioni di forza sono cambiate rapidamente. Analizziamo chi esce rafforzato e chi con le ossa rotte da questo vertice lampo gestito dal neo-presidente del Consiglio Europeo António Costa, che ha avuto il merito (o la colpa) di chiudere tutto in un giorno solo per evitare il weekend a Bruxelles. Alla fine ha tirato fuori dal cilindro una soluzione, ma non è detto che sia quella buona.
I vincitori tattici
- Giorgia Meloni (Italia): Ha giocato di rimessa, restando nell’ombra mentre il Belgio si logorava contro la Germania, per poi intervenire al momento giusto. Ha ottenuto lo stop alla confisca diretta (che protegge la stabilità bancaria) e ha dettato i tempi sul Mercosur. Non ha urlato, non ha promesso nulla che non potesse mantenere, ha incassato.
- Bart De Wever (Belgio): Ha resistito alle pressioni enormi di Berlino e della Commissione. Ha salvato Euroclear e, tecnicamente, la certezza del diritto finanziario internazionale. Una masterclass di resistenza fiamminga.
- Emmanuel Macron (Francia): Dato per morto politicamente, ha ottenuto ciò che l’Eliseo sogna sempre: più debito comune (mutualizzazione dei rischi) e il blocco dell’accordo commerciale con il Sud America che avrebbe fatto infuriare i trattori francesi. Sopravvive per combattere un altro giorno, questo ormai è il motto fondamentale del Presidente francese, in casa e all’estero.
I “Furbi” di Visegrad (pareggio con vantaggio)
Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca meritano un capitolo a parte. Non hanno firmato la garanzia sul debito. Si sono chiamati fuori. Tecnicamente, non sono né vincitori né vinti, ma hanno ottenuto un vantaggio finanziario immediato. Mentre gli altri 24 paesi si accollano il rischio di credito dei 90 miliardi, i contribuenti di Budapest, Bratislava e Praga sono esentati. È un precedente pericoloso per l’unità dell’UE? Certamente. Bruxelles potrebbe fargliela pagare sui prossimi bilanci o fondi di coesione? Probabile. Ma oggi, conti alla mano, hanno evitato di firmare una cambiale in bianco. Hanno barattato un po’ di capitale politico per una solida sicurezza di bilancio. In un’Europa che scricchiola, è difficile dar loro torto.
I grandi sconfitti
- Friedrich Merz (Germania): Un disastro su tutta la linea. Il Cancelliere tedesco è arrivato a Bruxelles per comandare e ripartito per pagare. Voleva usare i soldi russi per non fare nuovo debito, e si ritrova con 90 miliardi di nuovo debito europeo (di cui la Germania è il primo garante e di cui dovrà accollarsi una quota sui 25 ). Voleva il Mercosur per l’export tedesco, e ha ottenuto un rinvio. La leadership tedesca appare appannata, incapace di imporre la propria volontà come ai tempi della Merkel. La Grosse Koalitione, l’alleanza con i Socialisti, si sta rivelando sempre più una zavorra.
- Ursula von der Leyen: Si è legata al carro di Merz nella battaglia per la confisca degli asset ed è affondata con lui. Il suo tentativo di mediazione è arrivato tardi. La Commissione ne esce con più soldi da gestire, è vero, ma con meno autorità politica. Inoltre l’esclusione del Gruppo di Visegrad dimostra che esiste un mondo che vive bene senza appoggiare la sua politica, anzi senza accettare nessun compromesso.
Mercosur: il congelatore è pieno
L’altra grande partita era l’accordo commerciale con i paesi del Sud America (Mercosur). Merz e i nordici premevano per la firma. L’industria tedesca, in crisi, ha bisogno di nuovi mercati. Ma l’asse latino (Francia e Italia, con l’appoggio di Polonia e Austria) ha fatto muro. Ufficialmente è un “rinvio tecnico” a metà gennaio. In realtà, è una vittoria politica di chi teme la concorrenza sleale sui prodotti agricoli. Meloni e Macron hanno preso tempo. Tre settimane possono diventare tre mesi. In Europa, “dopo Natale” spesso significa “mai”, o almeno “non ora”.
Keynes ride, Trump sorride, i frugali piangono
Da una prospettiva economica, il risultato è paradossalmente keynesiano, ma nel modo sbagliato. Si crea liquidità e spesa (per l’Ucraina) attraverso il debito, il che potrebbe sostenere la domanda, ma si tratta di spesa bellica e di sostegno corrente, non di investimenti produttivi strutturali per l’economia europea. Inoltre, si è sancito un principio: quando il gioco si fa duro, i “frugali” perdono. La Germania non riesce più a imporre l’austerità o soluzioni creative che salvaguardino i propri conti a discapito della stabilità finanziaria sistemica. I nordici e i baltici, che appoggiavano la durezza tedesca, escono sconfitti, sia economicamente, sia politicamente. Se qualcuno vuole dichiarare la guerra a Mosca, dovrà farlo in proprio.
Anche Trump sorride: era chiaramente contrario ai finanziamenti con garanzia dei beni russi: il suo piano è quello di utilizzare queste risorse sia nella trattativa con Mosca, come strumento di leva, sia per la ricostruzione dell’Ucraina, operazione in cui spera di avere dei profitti politici ed economici. In questo modo, per ora, queste risorse restano disponibili.
L’Europa ha comprato altri due anni di tempo per Kiev firmando un assegno postdatato. Se la scommessa geopolitica fallisce, se la pace non porterà le riparazioni sperate, quel debito diventerà reale. E allora vedremo se i “furbi” di Visegrad rideranno ancora, o se Bruxelles presenterà loro un conto salato sotto altra forma. Per ora, Bruxelles va a dormire, ma il tassametro degli interessi continua a girare.
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