Esteri
Venezuela, dopo Maduro: il vuoto di potere e la strategia americana che inquieta il mondo
Dalla cattura del leader chavista alle ambiguità di Washington: dietro l’operazione lampo si intravede una nuova Dottrina Monroe, aggiornata all’era del multipolarismo.
L’alba che si è levata sul Venezuela non assomiglia a nessun’altra. Non per ciò che è accaduto, ma per ciò che lascia intravedere. Nella notte, un’operazione militare rapida e chirurgica ha cambiato l’equilibrio politico del Paese: prima i bombardamenti, poi l’azione delle forze speciali, infine l’uscita di scena di Nicolás Maduro. In poche ore è stato rimosso il vertice, ma non il sistema. Ed è proprio questo il nodo che rende l’evento molto più inquietante di un semplice “cambio di regime”.
Colpire le difese aeree è una prassi militare. Colpire strutture amministrative e simboliche, molto meno. Quando vengono presi di mira anche luoghi che appartengono alla memoria collettiva di una nazione, il messaggio va oltre la strategia: è un atto politico, quasi antropologico. Significa riscrivere la gerarchia del potere non solo con le armi, ma con l’umiliazione simbolica.
L’operazione, per come è emersa, pone interrogativi difficili da ignorare. La rapidità con cui il presidente è stato localizzato, l’assenza di una reazione efficace della sua scorta, il silenzio dei radar e delle batterie antiaeree: tutto suggerisce che il colpo non sia arrivato soltanto dall’esterno. In ogni transizione forzata, il vero spartiacque non è mai l’intervento straniero in sé, ma il grado di permeabilità interna che lo rende possibile.
Eppure, nonostante l’eliminazione del leader, il potere chavista non è evaporato. Le istituzioni sono ancora presidiate, l’apparato militare non è stato smantellato, la narrazione della sovranità violata è già diventata collante politico. È il paradosso delle operazioni di decapitazione: rimuovono il simbolo, ma spesso rafforzano l’identità che quel simbolo incarnava.
Da qui nasce la domanda decisiva: cosa viene dopo? Gli Stati Uniti non hanno né l’interesse né la possibilità di un’invasione su larga scala. Un assedio economico, già sperimentato in passato, difficilmente produrrebbe risultati diversi. E una sollevazione popolare indotta dall’esterno è, nella migliore delle ipotesi, una scommessa. Il primo atto è stato compiuto. Il secondo resta avvolto nell’ambiguità.
Guardando il quadro più ampio, il Venezuela appare come molto più di un obiettivo contingente. È un laboratorio. Un Paese ricco di risorse strategiche, politicamente isolabile, inserito in un’area che Washington continua a considerare vitale per i propri interessi. In questo senso, ciò che accade a Caracas parla anche a Pechino, a Mosca e a tutte le capitali che osservano il lento sgretolarsi delle regole non scritte dell’ordine internazionale.
Negli ultimi anni si è parlato molto di mondo multipolare, di equilibrio tra grandi potenze, di riduzione degli interventi diretti. Ma l’azione in Venezuela suggerisce un’altra traiettoria: non l’abbandono della supremazia, bensì il suo adattamento. Meno guerre frontali, più pressione sui punti deboli. Meno occupazioni, più destabilizzazione mirata. Una strategia che non nega il multipolarismo, ma tenta di rallentarlo colpendo chi non ha la forza di difendersi.
È una logica antica, rivestita di tecnologia e linguaggio contemporaneo. La logica secondo cui la forza precede il diritto, e non il contrario. Quando questo principio torna a essere la bussola dell’azione internazionale, le conseguenze raramente restano confinate entro i confini del Paese colpito.
Il Venezuela, oggi, è sospeso in un limbo pericoloso: senza il suo leader storico, ma con un potere ancora in piedi; sotto pressione esterna, ma non domato; ferito, ma non sconfitto. E il mondo osserva, forse con troppa distrazione, l’alba di una fase in cui le regole sembrano valere solo per chi non può infrangerle.
La vera domanda, allora, non riguarda Caracas. Riguarda tutti noi: quanto siamo disposti ad accettare un ordine globale in cui la legittimità nasce dalla forza e la sovranità diventa una concessione revocabile? Quando la risposta sarà chiara, sarà probabilmente troppo tardi per tornare indietro.
Continua a leggere le notizie di DiariodelWeb.it e segui la nostra pagina Facebook