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Milano, il predatore in monopattino e il cortocircuito della Giustizia: niente carcere per lo stupro di minori?
Milano, predatore seriale in monopattino aggredisce minorenni vicino alla metro. Arrestato, ma finisce ai domiciliari con braccialetto. Scoppia la polemica su sicurezza, giustizia e paura in città.
Se c’è un termometro che misura la febbre di una società, quello è la sicurezza percepita dai suoi cittadini più vulnerabili. Nella Milano di fine 2025, quella che nelle brochure patinate si racconta come capitale dell’innovazione e dei diritti, questo termometro è andato in frantumi. La cronaca recente ci consegna una storia che sembra uscita da una sceneggiatura distopica, ma che purtroppo è la cruda realtà delle nostre strade: un predatore seriale, un monopattino come mezzo di caccia e, sullo sfondo, una Giustizia che pare aver smarrito il senso della proporzione.
Siamo di fronte all’ennesimo caso che scuote le coscienze, non solo per la brutalità dei fatti, ma per la risposta, tiepida e burocratica, dello Stato. Mentre le statistiche sulla criminalità s’impennano, la magistratura opta per soluzioni che lasciano l’amaro in bocca e, soprattutto, i cittadini nel timore.
Il profilo del predatore: la banalità del male in monopattino
L’inchiesta condotta dai Carabinieri del Nucleo Operativo di Porta Monforte, coordinata dalla Procura di Milano, ha scoperchiato il vaso di Pandora su una serie di aggressioni che hanno terrorizzato l’hinterland. Al centro della scena c’è Andy Mateo Chacon Gonzalez, un giovane di origini ecuadoriane, appena maggiorenne o forse diciannovenne – l’anagrafe in questi casi è spesso nebulosa – residente a Sesto San Giovanni. Un profilo basso, impiegato in un fast food, una vita apparentemente ordinaria che celava però istinti predatori.
Il lavoro degli inquirenti è stato meticoloso, degno di nota in un sistema che spesso arranca per mancanza di risorse. Hanno incrociato testimonianze e gigabyte di filmati di sorveglianza Atm. A tradire il giovane sono stati due dettagli quasi cinematografici:
- Un cappellino da baseball verde con visiera.
- Un monopattino elettrico nero con vistosi cavi arancioni.
Oggetti ritrovati a casa sua, insieme ai vestiti usati durante le aggressioni. La tecnologia, per una volta, ha aiutato a dare un volto al terrore. Eppure, l’identificazione è solo l’inizio di un paradosso ben più grande.
Individuava ragazze minorenni e sole all'uscita della metropolitana, le pedinava fino a casa a bordo del suol monopattino elettrico e appena aprivano il portone, le aggrediva per abusare di loro. Con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di minori un uomo di 19 anni è stato… pic.twitter.com/iPm6ZJEqaJ
— Repubblica (@repubblica) December 19, 2025
La caccia metodica: minorenni nel mirino
Ciò che emerge dalle carte dell’inchiesta è un modus operandi agghiacciante per freddezza e pianificazione. Non siamo di fronte al raptus improvviso, ma a una caccia. Il “predatore del monopattino” sceglieva le sue vittime con cura: giovanissime, minorenni, sole. I luoghi di adescamento erano le stazioni della linea verde (M2): Gorgonzola, Bussero, Crescenzago.
La dinamica era sempre la stessa, ripetitiva come un rituale macabro:
- Individuazione: Scelta della vittima sulla banchina o all’uscita della metro.
- Pedinamento: Inseguimento silenzioso col monopattino fino all’abitazione.
- L’Agguato: L’attacco avveniva nel momento di massima vulnerabilità, quando la vittima apriva il portone, trasformando l’androne di casa – luogo che dovrebbe significare sicurezza – in una trappola.
La seguente tabella riassume gli episodi chiave accertati dagli inquirenti, che disegnano una spirale di violenza crescente:
| Data | Luogo | Vittima | Dinamica | Esito |
| 12 Agosto 2025 | Bussero | 15 anni | Pedinata fin dentro il portone. Bloccata sulle scale, offerta di denaro per sesso. | Salvata dall’arrivo del fratello minore. |
| 19 Settembre 2025 | Milano (Crescenzago) | 17 anni | Seguita dalla metro. Aggredita fisicamente sulle scale condominiali. | Fuga dell’aggressore grazie alle urla della ragazza. |
| 5 Novembre 2025 | Zona Stazione Centrale | Adolescente | Pedinata. L’aggressore entra nel palazzo. | Sventato dal padre della vittima, allertato via WhatsApp. |
L’ultimo episodio è emblematico: un padre costretto a fare da scudo, un cittadino che si sostituisce alle forze dell’ordine per proteggere la propria figlia. Le scuse balbettate dal giovane («Ho sbagliato palazzo», «Sono fidanzato») e le suppliche di non chiamare la polizia («Mi rovini la vita») mostrano la codardia che spesso accompagna questi profili criminali quando vengono affrontati.
Il cortocircuito giudiziario: perché niente carcere?
Ed eccoci al punto dolente, quello che fa gridare allo scandalo chi ancora crede che la pena debba avere una funzione non solo rieducativa, ma anche preventiva e punitiva. Di fronte a un quadro indiziario granitico – vestiti, tracciati telefonici, video – e alla gravità inaudita dei reati (violenza sessuale, stalking su minori), il GIP di Milano ha deciso per gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
Si tratta di una scelta che lascia interdetti. La custodia cautelare in carcere è prevista dal nostro codice proprio quando sussistono pericoli di reiterazione del reato, fuga o inquinamento delle prove. In questo caso, siamo di fronte a un soggetto seriale, che ha dimostrato di pianificare le aggressioni.
Il mito del braccialetto elettronico
C’è una fiducia quasi cieca, tecnocratica, in questo strumento. Ma la realtà, come spesso accade, è ben diversa dalla teoria. Il braccialetto elettronico non è un campo di forza invincibile, e sono numerosi i casi in cui non ha impedito non solo la fuga dell’imputato, ma pure reati gravi. I problemi sono molteplici:
- Falsi contatti e ritardi: I dispositivi perdono spesso il segnale o inviano l’allarme con ritardo alle centrali operative.
- Facilità di evasione: La cronaca recente è piena di casi in cui il “braccialettato” ha tagliato il dispositivo o è semplicemente uscito di casa, commettendo altri reati prima che le forze dell’ordine potessero intervenire.
- Nessuna barriera fisica: Per uno stupratore seriale, il divieto formale di uscire non elimina l’impulso predatorio. Se la porta di casa non è sbarrata da una guardia, il rischio per la collettività rimane.
Mentre per altri casi, magari meno seriali, si aprono le porte di San Vittore, qui si sceglie la via “morbida”. È il trionfo di un garantismo a senso unico, che tutela l’indagato oltre ogni ragionevole dubbio, dimenticando il diritto delle vittime – due ragazzine di 15 e 17 anni – a sapere che il loro aggressore è neutralizzato, non comodamente seduto sul divano di casa a pochi chilometri da loro.
Milano: La “Giungla Urbana” e le priorità della politica
Questa vicenda non è un meteorite caduto dal cielo, ma il frutto velenoso di un contesto degradato. Milano sta vivendo una crisi di sicurezza senza precedenti. Le opposizioni e gran parte della stampa non allineata definiscono ormai la città un “Far West”.
Il paradosso politico è evidente. L’amministrazione guidata da Giuseppe Sala sembra vivere in una bolla narrativa. Mentre il Sindaco si concentra su battaglie ideologiche, sulla transizione green, sulle piste ciclabili (ironia della sorte, usate dai predatori in monopattino) e sulla caccia ai fantasmi di un fascismo inesistente, la realtà della strada presenta il conto.
Le stazioni della metro, un tempo fiore all’occhiello dei servizi meneghini, sono diventate zone franche. Gorgonzola, Bussero, Crescenzago: non sono Bronx immaginari, sono quartieri dove la gente vive e lavora, e dove ora ha paura di tornare a casa.
I numeri del disastro
Non sono sensazioni, sono dati. Le fonti citano statistiche allarmanti: i reati da “Codice Rosso” (violenza di genere, stalking) compiuti da minorenni sono quasi raddoppiati in dieci anni. Siamo passati dal 17,7% del 2014 al 30,8% del 2025.
Milano, insieme a Palermo, guida questa triste classifica. La violenza non è più un’eccezione, è diventata strutturale. E se il Presidente del Senato Ignazio La Russa, durante gli auguri al Quirinale, ha giustamente invocato un cambiamento culturale nell’approccio maschile, è altrettanto vero che la cultura cambia lentamente, mentre la repressione del crimine deve essere immediata. L’educazione è fondamentale, certo, ma senza la certezza della pena diventa un esercizio retorico.
Una giustizia che divide
La cattura dello stupratore è un successo investigativo dell’Arma, a cui va il nostro plauso. Ma l’esito giudiziario, per ora, è una sconfitta per lo Stato.
Si avverte un forte odore di “doppiopesismo”. Siamo in un Paese dove si comminano multe salatissime e si aprono fascicoli infiniti per reati d’opinione o per questioni amministrative legate alle ONG, trattate come pirati. Eppure, quando c’è di mezzo la violenza fisica, predatoria, sessuale, su minori, la mano della giustizia diventa improvvisamente di velluto.
Il messaggio che passa è devastante: “Puoi sbagliare, puoi fare male, e mal che vada te ne stai a casa”. Questo senso di impunità è il carburante che alimenta la criminalità giovanile e le gang che infestano l’hinterland.
Se Milano vuole tornare a essere una città vivibile, deve smettere di nascondere la polvere sotto il tappeto dei diritti a senso unico. La sicurezza è la prima forma di libertà. Senza quella, tutto il resto – monopattini, smart city, eventi internazionali – è solo una scenografia di cartone pronta a crollare al primo calcio di un balordo.
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