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Quando il silenzio di Dio è stato coperto dal rumore dell’uomo

Una chiesa vuota non si riempie con chitarre e liturgie “moderne”. Il rumore ha sostituito il sacro: così, tentando di piacere al mondo, la Chiesa ha smesso di parlare alle anime.

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Contrasto tra una chiesa tradizionale con fedeli anziani in preghiera e una chiesa moderna con musica e giovani distratti durante la messa

Ieri mattina, durante la Messa in una chiesa di periferia, lo sguardo correva spontaneo tra i banchi: pochi fedeli, quasi tutti molto anziani. Due giovani coppie, nessun ragazzo, nessun bambino. A un certo punto mia moglie ha detto ad alta voce ciò che molti pensano ma pochi osano ammettere: quando questi anziani non ci saranno più, questa chiesa sarà vuota.
Non era una provocazione. Era una constatazione.

Da anni, di fronte a questo declino evidente, una parte della Chiesa ha scelto una strada precisa: modernizzare. Rendere la liturgia “più vicina ai giovani”, più informale, più “attuale”. Chitarre al posto dell’organo, canzoncine dal sapore pop, testi semplificati, applausi, preti intrattenitori, omelie che sembrano discorsi motivazionali. Il tutto sorretto dall’idea, ripetuta come un dogma, che il problema fosse la forma e non il contenuto.

Eppure, dopo decenni di sperimentazioni, il risultato è sotto gli occhi di tutti: le chiese non si sono riempite, si sono svuotate.

Il motivo è semplice, anche se scomodo da ammettere. Se un ragazzo cerca intrattenimento, musica coinvolgente o emozioni leggere, Elodie o un trapper saranno sempre più convincenti di qualunque canzonetta strimpellata durante la Messa. La Chiesa non vincerà mai la competizione sul terreno dello spettacolo. Non è il suo mestiere. Non lo è mai stato.

La Messa non è un evento sociale, non è un concerto, non è un momento di animazione comunitaria. È – o dovrebbe essere – il sacrificio di Cristo che si rende presente, un mistero che chiede silenzio, raccoglimento, verticalità. Chiede di uscire da sé stessi, non di sentirsi a proprio agio.

Nel tentativo di rendere Dio più accessibile, lo abbiamo reso meno percepibile. Il rumore ha sostituito il silenzio. L’improvvisazione ha preso il posto della sacralità. La centralità dell’uomo ha oscurato la presenza di Dio. Così, senza quasi accorgercene, abbiamo contribuito a creare quel rumore di fondo che impedisce alle anime di sentire Dio.

Questo vale anche – e forse soprattutto – per gli spazi sacri. Le chiese moderne, con i loro mattoni rossi a vista, le forme astruse, le geometrie incomprensibili, raccontano perfettamente questa deriva. Crocifissi che tutto sembrano tranne che crocifissi: corpi stilizzati, deformati, talvolta irriconoscibili. Tabernacoli improvvisati, relegati in angoli laterali come un arredo qualunque, quando non nascosti per “non disturbare”.

Ma una chiesa che non parla più visivamente di Dio, come può aiutare l’anima a elevarsi?

Per secoli l’arte sacra, l’architettura, la musica liturgica avevano uno scopo preciso: ricordare all’uomo che stava entrando in un luogo altro, separato, santo. Oggi, troppo spesso, entrando in una chiesa moderna si ha l’impressione di entrare in una sala polifunzionale con una vaga ispirazione religiosa.

L’equivoco più grande è pensare che i giovani rifiutino la Chiesa perché “troppo distante”. In realtà molti la rifiutano perché non è più diversa da tutto il resto. Perché non offre più quel silenzio radicale, quella rottura, quella verticalità che il mondo non può dare.

Chi è giovane oggi vive immerso in un flusso continuo di stimoli, suoni, parole. Se la Chiesa replica lo stesso schema, non libera: soffoca. Perché Dio, da sempre, parla soprattutto nel “silenzio” e non nel frastuono.

Eppure, proprio mentre tutto sembra parlare di declino, accade qualcosa che rimette ogni cosa al suo posto. Durante la consacrazione, quando l’ostia diventa Corpo di Cristo, vedi un’anziana signora di oltre ottant’anni, appoggiata al bastone, accompagnata dal figlio. Si inginocchia con fatica, lentamente, ma lo fa. Non per abitudine, non per nostalgia, ma per rendere omaggio al suo Re.

Poco più in là, vicino all’altare, sotto il crocifisso, c’è anche tuo figlio. Ha quattordici anni, fa il chirichetto. Dopo aver ricevuto la Comunione resta in ginocchio. Non guarda il telefono, non si distrae, non ha fretta. Rimane lì, raccolto, immobile, consapevole di essere alla presenza di Qualcosa di infinitamente più grande di lui.

In quel momento capisci che, al di là dei numeri, delle statistiche, delle chiese vuote e delle mode passeggere, la fede non si misura a colpi di marketing. Si trasmette. Passa di generazione in generazione, come una fiamma che può sembrare debole, ma non si spegne.

E allora diventa chiaro che, per quanto il diavolo si sforzi di confondere, banalizzare e desacralizzare, la verità resta lì, intatta, sotto quel crocifisso, in quel silenzio.
E pensi, con una certezza che non ha bisogno di essere urlata: alla fine vinceremo noi.

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