Politica
Meloni non è “divisa”: è l’unica che tiene insieme l’Occidente
Giorgia Meloni non è divisa tra Trump e Putin: guida una linea atlantica pragmatica. Mentre la sinistra resta ambigua e senza visione, il governo sceglie responsabilità e realismo geopolitico.
Raccontare la politica estera italiana come una commedia di equivoci, popolata da “trumpiani” e “putiniani” in perenne rissa, è una semplificazione comoda. Ma è anche profondamente fuorviante. Dietro la caricatura della “dialettica meloniana” non c’è uno scontro ideologico incontrollato, bensì un dato politico evidente: Giorgia Meloni è oggi l’unico leader italiano che prova a tenere insieme coerenza atlantica, interesse nazionale e realismo geopolitico in una fase di radicale instabilità globale.
L’episodio venezuelano, letto come scivolone comunicativo o come sbornia ideologica, è in realtà il riflesso di una scelta precisa: l’Italia non gioca più a nascondino nelle crisi internazionali. Dire che un’azione americana è “legittima” non significa applaudirla senza riserve, ma riconoscere un quadro di alleanze e responsabilità che l’Europa, spesso paralizzata dal proprio attendismo, evita accuratamente di nominare.
Il punto non è Donald Trump, né tantomeno la sua imprevedibilità. Il punto è che l’Occidente non può permettersi il lusso dell’ambiguità permanente. Meloni lo sa e agisce di conseguenza, anche a costo di esporsi. È esattamente il contrario dell’ansia di prestazione: è assunzione di responsabilità.
Quanto alla presunta frattura con Matteo Salvini, anche qui il racconto supera i fatti. In tutte le democrazie mature esistono sensibilità diverse all’interno delle coalizioni di governo, soprattutto sui dossier internazionali. Ma ridurre questa pluralità a uno scontro tra Mosca e Washington significa ignorare l’evidenza: l’Italia non ha mai messo in discussione la sua collocazione euro-atlantica, né sotto Meloni né sotto i suoi alleati. Le differenze di tono non sono divergenze strategiche.
Paradossalmente, chi denuncia la “divisione della destra” sorvola sulla vera frattura che attraversa il campo progressista. Un’opposizione che predica autonomia europea senza mai spiegare come difenderla, che condanna l’America ma rifiuta il tema del riarmo, che manifesta contro Maduro con un piede nel Novecento e l’altro nell’imbarazzo, non appare più unita: appare semplicemente irrisolta.
Il caso Groenlandia è emblematico. Le “farneticazioni” attribuite a Trump vengono usate come clava polemica, ma senza alcuna proposta concreta. Qual è l’alternativa della sinistra? Un’Europa geopolitica senza esercito? Una sovranità strategica senza capacità militare? Un multilateralismo che funziona solo finché qualcun altro paga il conto? Le domande restano inevase.
Meloni, al contrario, si muove su un terreno meno ideologico e più concreto. Difesa europea sì, ma non contro l’Alleanza Atlantica. Dialogo con Washington, anche quando è scomodo. Fermezza verso i regimi autoritari, senza indulgenze selettive. È una linea che può non piacere, ma è leggibile, coerente e, soprattutto, spendibile sul piano internazionale.
Il vero nodo politico, dunque, non è la presunta confusione della maggioranza. È l’assenza di una visione alternativa credibile dall’altra parte. Mentre il centrosinistra si divide tra nostalgie, paure e contraddizioni, il governo italiano ha scelto di stare dentro la storia, non di commentarla dal margine.
E in tempi in cui il mondo torna a parlare il linguaggio della potenza, questa non è una colpa. È un atto di lucidità.
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