Salute
Long Covid al San Matteo: sintomi riferiti dal 27,9% dei rispondenti
Un’indagine su 771 dipendenti con una precedente infezione da SARS-CoV-2 rileva sintomi riferiti fino a dodici mesi. Ha risposto il 41,41% degli invitati: il dato descrive i partecipanti, non tutti i sanitari.
Al Policlinico San Matteo di Pavia, il 27,9% dei 771 dipendenti che hanno risposto a un questionario ha riferito sintomi persistenti in almeno uno dei momenti considerati. La quota rilevata era del 26% a tre mesi dall’infezione e del 16% a dodici mesi. Il dato riguarda chi ha partecipato all’indagine in un solo ospedale: non è una stima della prevalenza tra tutti i sanitari italiani.
Lo studio, pubblicato il 28 ottobre 2026 su Scientific Reports, ha raccolto risposte anonime da personale con una precedente infezione da SARS-CoV-2 documentata. L’articolo scientifico originale descrive una rilevazione retrospettiva, non un monitoraggio clinico diretto: i sintomi sono stati riferiti dai partecipanti e non verificati uno per uno con valutazioni mediche.
Che cosa misurano le percentuali
Il 27,9% è una misura cumulativa: comprende chi ha segnalato sintomi in almeno uno dei tre intervalli temporali analizzati. Le quote del 26%, 20% e 16% sono invece prevalenze riferite rispettivamente a tre, sei e dodici mesi. Non significa quindi che quasi un terzo dei partecipanti avesse ancora sintomi a un anno: a dodici mesi la quota rilevata era del 16%.
| Misura | Risultato | Come interpretarla |
|---|---|---|
| Sintomi riferiti in almeno un momento | 27,9% (215 su 771) | Misura cumulativa tra chi ha risposto |
| A tre mesi | 26% | Quota riferita a quel momento |
| A sei mesi | 20% | Quota riferita a quel momento |
| A dodici mesi | 16% | Quota riferita a quel momento |
Tra i sintomi descritti come più persistenti figurano stanchezza, dolori articolari o muscolari e difficoltà di concentrazione e memoria. Il questionario definiva il Long Covid come sintomi persistenti oltre dodici settimane dall’infezione, fino a dodici mesi o più. La definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità per la condizione post-Covid considera invece sintomi che compaiono solitamente tre mesi dopo l’infezione, durano almeno due mesi e non sono spiegati da un’altra diagnosi. La definizione clinica dell’OMS aiuta a distinguere il criterio usato nello studio da una diagnosi individuale: le percentuali del questionario non sono diagnosi accertate.
Ha risposto poco più di quattro invitati su dieci
La rilevazione è stata condotta tra il 28 marzo e il 15 maggio 2025. Il questionario è stato inviato ai 1.862 dipendenti con una precedente infezione documentata; hanno partecipato in 771, pari al 41,41%. La mancata risposta può influire sul risultato: chi aveva sintomi potrebbe essere stato più motivato a compilare il questionario, ma potrebbero aver partecipato meno anche persone affaticate o con poco tempo.
Gli autori hanno calcolato uno scenario ipotetico: considerando senza sintomi tutti i non rispondenti, la quota sul totale degli invitati scenderebbe all’11,5%. Non è una seconda prevalenza osservata, né un limite inferiore accertato: dipende dall’assunzione, non verificabile con i dati raccolti, che nessuno tra i non rispondenti avesse sintomi.
Il risultato va dunque letto insieme al tasso di risposta, al carattere autoriferito delle informazioni e al fatto che l’indagine riguarda una sola struttura. Non permette di stimare quanti sanitari in Italia abbiano avuto sintomi persistenti né di stabilire se la quota osservata a Pavia si ripeta in altri ospedali.
Le differenze tra mansioni non dimostrano una causa
Lo studio riporta un’associazione tra ruolo professionale e sintomi. Le prevalenze indicate sono del 35% tra gli infermieri, del 38% tra gli altri professionisti sanitari e del 32% tra il personale amministrativo. La differenza è risultata statisticamente significativa nell’analisi degli autori, ma il disegno del questionario non dimostra che la mansione abbia causato i sintomi. I dati, da soli, non spiegano neppure perché le percentuali differiscano tra i gruppi.
Per chiarire quanto i risultati siano applicabili ad altri contesti servirebbero indagini in più strutture, una partecipazione più ampia e studi prospettici che affianchino alle risposte valutazioni cliniche. Per ora, la ricerca documenta ciò che hanno riferito i partecipanti del San Matteo e segnala un possibile tema per la sorveglianza della salute occupazionale; non misura l’intera popolazione sanitaria.
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